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Il Dna di Warhol nella regina Elisabetta

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Cosa rimarrà di noi? Che cosa resterà sulla terra quando uno muore? A parte le impronte delle scarpe? E la badante da pagare? E le cene tra parenti per decidere chi si tiene cosa, ma soprattutto cosa si tiene “chi” (con le eredità appare sempre un “chi” che nessuno conosce e che vuole qualcosa). Io credo che quando uno passa a miglior vita, rimane la sua arte, cioè quello che ha realizzato con il cuore. Certo, nei libri contabili resta ciò possiedi, ma nella mente di chi ti ha conosciuto resta ciò che eri. Lucio Dalla o Battisti o Ezio Bosso, tornano vivi ogni volta che ascoltiamo una loro canzone. E se il CD è masterizzato si fanno vivi anche quelli della Siae.

Robin Williams torna a parlarci ogni volta che rivediamo un suo film. Certo, se il film è lo stesso dirà le stesse cose, ma anche in questo caso, il fatto straordinario è che il significato di quelle cose sarà sempre diverso in base al nostro stato d’animo. Ad esempio, io la prima volta che ho visto il film «Frozen» non avevo compreso tutte le dinamiche tra i protagonisti che si muovono tra i ghiacci, però dopo averlo visto per la terza volta mi è parso tutto più chiaro, e ho capito che non si trattava del sequel di Titanic.

L’arte sopravvive alla materia e fa sì che gli artisti non muoiano mai. Il che fa pensare che potrebbero esserci rimasugli del DNA di Andy Warhol nella regina Elisabetta. Se non altro per il colore dei vestiti.
Ma non solo gli artisti sono immortali. Indelebile lo è chiunque abbia dedicato il proprio tempo agli altri: volontari, filantropi, persone generose col prossimo, insomma chiunque abbia contribuito a rendere il mondo un posto migliore. La domanda è, e cosa rimane degli altri? Di chi vive di egoismo? Di chi spende la vita accumulando soldi e potere? Che rimarrà di loro? Non lo so. E forse non interessa a nessuno.
Come diceva Chaplin: «Serve il potere solo per fare qualcosa di dannoso, altrimenti l’amore è sufficiente per fare tutto il resto».

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