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Quante furbizie davanti al computer

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Il guaio è che gli studenti ne sanno sempre una più di noi. Tante volte mi è capitato di dare lezioni di informatica ai «nativi digitali». Ho ripetuto come consegnare i compiti sulla piattaforma, ma c’è chi ancora non riesce e continua a spedirli via mail. Ho fornito spiegazioni su come modificare un post in chat. Ho inviato cento volte link che andavano persi.

Eppure sui trucchi in videoconferenza i più forti sono sempre loro. La scusa del microfono che non funziona ormai è vecchia, ma resta impossibile da smascherare. I più raffinati simulano catene di accensione-spegnimento, il che potrebbe rendere il contrattempo verosimile, se questo non si verificasse regolarmente durante le interrogazioni. Ma la vera magia sono le nuove estensioni dell’applicazione per le lezioni in diretta.

Mia figlia è chiusa in camera, ma dietro le sue spalle qualche volta appare il mare. Ha scaricato un aggiornamento che consente di cambiare lo sfondo. Durante il primo appello del mattino, una studentessa l’altro giorno ha proiettato la scritta «Latino è bellissimo» in sovrimpressione sul suo viso. Il tutto potrebbe sembrare innocente, se lo stesso aggiornamento non consentisse anche di «congelare» per qualche minuto l’immagine, facendo scorrere solo l’audio. In questo modo lo studente riesce a simulare una connessione a scatti; ma intanto, mentre noi lo vediamo immobile, sta cercando sul libro o in rete la risposta alla nostra domanda.

Esistono effetti chiaramente identificabili come tali (aggiungere un paio di occhiali da sole alla propria immagine, come fosse un cartone animato), ce ne sono di più insidiosi: si può, per esempio, proiettare una ripresa «pixelata», anche questa volta per fingere un guasto e cercare la risposta. Può capitare che, durante la lezione, il viso dello studente appaia come avvolto da una nebbia sempre più fitta. Lo attribuivo ingenuamente ad un Wi-Fi capriccioso. Poi però mi hanno detto che l’effetto-nebbia si può inserire a comando, come lo sfondo marino, e allora mi sono venuti dei dubbi su un episodio dell’altro giorno, quando la comparsa del fumo di Londra mi ha costretto ad interrompere un’interrogazione. Mi sembrano irrimediabilmente lontani i tempi in cui si poteva comunicare senza schermi di mezzo. Fino a tre mesi fa usavamo regolarmente proiettori e lavagne interattive, ma un eventuale guasto non era una tragedia. Potevo sempre sopperire con gesso e parole.

Adesso se il computer non parte è un disastro, perché nemmeno la lezione può partire. Un paio di volte mi è capitato di non riuscire a collegarmi, e non è stata una bella sensazione. Guardo Luciano che corre attraverso il soggiorno con un elmo di plastica e il mantello rosso di Orlando. Per il momento la sola tecnologia con cui ha a che fare è il gruppo WhatsApp dell’asilo. Recentemente si sono aggiunte, insieme alle maestre, le ausiliarie. Mandano brevi saluti, mostrano animali domestici, consigliano ricette. Anche a loro mancano le voci dei bambini. Immagino mio figlio fra qualche anno, pronto a «pixelare» l’immagine al computer perché non è preparato per l’interrogazione. Noi continuiamo a rispondere all’emergenza come possiamo. Nessuno ci dica, però, che questa è la scuola del futuro.

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