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Una prima apertura ai preti sposati

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Ascoltare il grido della terra e dei poveri; tradurre il Vangelo nelle culture degli indigeni; ammettere al sacerdozio diaconi già sposati e studiare l’ipotesi del diaconato femminile. Questi i capisaldi del documento finale del Sinodo dei vescovi, dedicato all’Amazzonia che, aperto dal papa il 6 ottobre, è stato da lui chiuso domenica scorsa.

La chiusura si è tenuta con una solenne celebrazione in San Pietro, presenti i 185 “padri” (cioè vescovi, preti e religiosi che avevano diritto di voto) e un altro centinaio di persone (tra cui laici, esperti, laiche, uditrici, suore senza diritto di voto).

Il Sinodo speciale dedicato all’Amazzonia (immenso territorio di 7,8 milioni di kmq, la cui “proprietà” è di nove paesi, soprattutto di Brasile, Bolivia e Perù) ribadisce: la Chiesa cattolica ha voluto farsi interrogare dai problemi, sociali ed ecclesiali, di chi vive in quelle terre, e soprattutto dagli indigeni che da millenni là abitano, sorretti da una cosmogonia che pone le creature umane all’interno di una natura - foreste, acque, fauna - come parte inseparabile di essa, e con la responsabilità e la gioia, dunque, di custodirla.

Sono circa due milioni e mezzo - afferma il documento - i popoli originari dell’Amazzonia che, oggi, rischiano di essere distrutti da un violento sconvolgimento della regione, sfruttata senza scrupoli da potentati economici che, con la complicità dei governi interessati, radono al suolo alberi, inquinano i fiumi e devastano l’ambiente, rendendo così impossibile la vita agli indigeni.

Per quanto riguarda i problemi ecclesiali, il documento sostiene l’inculturazione, cioè la necessità di tradurre il Vangelo nelle categorie degli indigeni (come duemila anni fa esso fu tradotto in quelle del mondo greco-romano); da queste premesse discende l’intenzione di creare riti liturgici amazzonici, che si svolgano, cioè, con simboli e cerimonie comprensibili agli indigeni.

Inoltre, i vescovi consigliano il papa di ammettere l’ordinazione a preti di diaconi già sposati, anche perché in certe zone del “continente” amazzonico il prete (celibe) arriva una volta l’anno: come potrebbero, in tali condizioni, sopravvivere le comunità cattoliche? Finora, però, Roma aveva preferito lasciare allo sbando queste comunità, piuttosto che ripensare l’obbligo del celibato.

In ogni modo, la “via amazzonica” sarà presto invocata anche da episcopati africani, o europei (Italia compresa) che hanno sempre meno “vocazioni” al celibato. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che l’ammissione dei preti sposati risolva tutti i problemi delle comunità: esse staranno in piedi solo se responsabili.

Infine, molto lodando il lavoro delle donne (suore e laiche) per tener viva la fede cristiana in Amazzonia, il Sinodo ha auspicato che si studi almeno la possibilità delle donne-diacono – ipotesi  respinta, questa primavera, proprio da una commissione papale. Ora, se la questione sarà, nel prossimo futuro, davvero affrontata, per la Chiesa romana si annuncia una “rivoluzione copernicana” che, per i “padri”, non sarà indolore.

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