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C'era una volta un vero talento

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La conferenza stampa di fine anno del premier Matteo Renzi

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Un giorno, forse, racconteremo di un ragazzo che fra il 2015 e il 2020 avrebbe potuto cambiare l’Italia. Un ragazzo che aveva un patrimonio (non solo di consensi) che ha malamente disperso. Di più: l’ha sgretolato e calpestato. Facendosi odiare da chi l’amava. Risultando indifendibile anche agli occhi di chi fino all’ultimo l’ha difeso, riconoscendone il talento. Un ragazzo capace, intelligente, veloce, pieno di idee, ma anche pieno di sé. Anzi: così pieno di sé da non riuscire a vedere altro, diventando prigioniero di (sue) strategie incomprensibili e di (sue) manovre che lo portavano a confondere il proprio destino personale e politico con quello di noi tutti.

Sto parlando ovviamente di Matteo. No, non di Salvini, che persegue con disarmante coerenza i suoi obiettivi, alla faccia di effetti collaterali non proprio irrisori. Parlo di Matteo Renzi, l’uomo che prima si è suicidato politicamente sull’altare di un referendum che aveva non pochi spunti interessanti, ma che, per sua scelta, è stato trasformato in un voto di fiducia (del Paese) su una persona (il medesimo Renzi, ovviamente). Incapace di restare in un partito del quale s’era impadronito con la facilità che s’incontra al mattino a colazione quando s’affonda la lama nel burro, non ha solo cercato di fare ciò che accusava altri di fare (sfasciare tutto dopo una sconfitta), ma ha anche cercato di svuotarlo, il partito, fondando l’ennesimo movimentino personale. Non contento, nel tentativo di risorgere in meno di tre giorni, ha fatto di tutto per essere non “al” centro della scena, ma “il” centro della scena: ha abilmente approfittato dei maldestri errori di un Matteo simile a lui, non solo per prosopopea (Salvini), e s’è trasformato in demiurgo per dar vita a un governo in cui Pd e la sua Italia Viva (viva?) si sono sostituiti alla Lega nel giro di una notte.

Non ancora soddisfatto, Renzi, scoprendo probabilmente che ogni volta che taceva sprofondava nei sondaggi, ha iniziato a porsi come il Bertinotti o il Mastella di Prodi, il Fini di Berlusconi, l’Altissimo o il Nicolazzi di Andreotti, il De Mita di Craxi: come insomma colui che con uno starnuto può mettere in difficoltà non solo un governo, ma un intero Paese. A proposito, l’elenco di chi l’ha preceduto nel fare sgambetti e sgambettini mi serve anche per arginare lo stupore del (mezzo sgambettato) presidente Conte, che l’altro giorno ha detto una frase che passerà alla storia: «Non s’è mai vista una forza di maggioranza che boicotta da dentro il governo». Forse negli ultimi decenni era davvero molto impegnato in altro.

Diversamente si sarebbe accorto che cambiano solo i suonatori: lo spettacolo è essenzialmente sempre lo stesso. Fa bene il capo dello Stato a ricordare ai “ragazzi” che la ricreazione è finita e che se cade questo governo all’orizzonte c’è solo il voto.

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