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Scuola, è urgente tornare alla normalità

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Si è cominciato, in aprile, con la comunicazione che l'anno scolastico si sarebbe concluso con la promozione di tutti gli studenti. Confondendo l'hashtag "tutto andrà bene" con il "tutti promossi".

Un messaggio demotivante per l'intero sistema scolastico, che stava cercando nuove dimensioni in una didattica innovativa - quella a distanza - imposta dall'emergenza. Dimostrando anche una preoccupante confusione in merito alle competenze del Ministero dell'Istruzione, che non sono quelle di rassicurare con estemporanee comparsate su youtube e twitter sull'esito del processo valutativo, ma di garantire che tutti gli studenti siano messi in condizione di fruire dell'offerta formativa senza difformità. Il diritto costituzionale da salvaguardare non è l'appiattimento sull'esito finale, che automaticamente squalifica gli stessi sforzi profusi per ricomporre un barlume di normalità nella confusione generata dalla paura ancor prima che dagli effetti del virus, ma la garanzia per tutti i cittadini di eguali opportunità.

Si è proseguito con il balletto sulle modalità d'esame: uno spettacolino da quattro soldi, che ha messo in luce l'imbarazzo di dover accontentare tutti, di non apparire troppo severi né troppo lassisti (dopo la gaffe iniziale), troppo formali né troppo giovanilisti (ché quello è il ruolo degli studenti, facilitati loro dall'essere giovani davvero), troppo complicati né troppo easy. Garantendo al contempo, comune denominatore di tutte le riforme di scuola, che l'operazione sia a costo zero o quasi. E il balletto si è concluso con ordinanza ministeriale solo a un mese dall'esame di Stato, alimentando dopo la certezza dell'esito incertezza estrema sulle modalità: il che penalizza, per assurdo, la maggioranza di studenti che intendono impegnarsi davvero e quindi giustamente si preoccupano di come potrà svolgersi l'esame; non certo la minoranza che ha già mangiato la foglia, intuendo che l'esame assomiglierà a quelli universitari in tempo di guerra, con la paura dei bombardamenti e il diciotto almeno garantito sul libretto.

Ci si è spinti ad affermare, per legge, che la valutazione della didattica a distanza - impiantata in quattro e quattr'otto dai docenti, nel più completo e responsabile spirito volontaristico, con dispendio di energie e mezzi propri - esercita gli stessi effetti della valutazione in presenza, senza spiegare tuttavia come il miracolo possa avvenire, visto che a distanza viene a mancare ogni garanzia di autenticità ma ancor prima la certezza che tutti gli studenti siano stati messi nelle stesse condizioni e abbiano ricevuto esattamente la stessa offerta formativa. Fingendo di non vedere e anestetizzando con ogni mezzo la percezione comune che questa didattica emergenziale, nonostante la migliore volontà di chi la attua, finisce per amplificare le distanze anziché ridurle, in quanto non può incidere in alcun modo sul canale fisico attraverso cui viene veicolata: dotazioni informatiche le più diverse, dipendenti dalle condizioni socio-economiche del singolo studente.
Basterà intervenire su quest'ultimo aspetto, per risolvere i problemi della scuola post Covid-19? Magari aggiungendoci, nel solco dell'ovvietà, un po' d'incentivi alla preparazione e alla dotazione informatica dei docenti? Non pare. Soprattutto perché l'obiettivo da perseguire non è un'impaurita parvenza di scuola mista, un po' in presenza e un po' a distanza, tenendo le distanze anche in classe per timore di un contagio e poi correndo a casa per accorciarle nell'asettica sicurezza delle nostre stanze virtuali.

Il sistema scolastico potrà essere disorientato, ma la scuola non lo è: almeno e di sicuro a settembre rivuole la sua normalità, fatta di relazione autentica nella quale soltanto può accendersi la scintilla del conoscere e del crescere. La scuola vuole tornare a incontrarsi. In sicurezza, certo: accettando - ora asintomatica e da sempre asistematica in proporzione diretta con la sua autenticità - di sottoporsi a qualsiasi screening sia necessario per consentire di nuovo quell'incontro che manca da troppo tempo. Il costo di tale screening della comunità scolastica, per la libertà, sarebbe uno dei migliori investimenti cui sobbarcarsi.
Consentirebbe - sempre che l'obiettivo non dichiarato sia l'esatto opposto - di riporre pc, tablet e webcam, senza doversi più preoccupare di collegamenti instabili e di voci metalliche da dietro uno schermo, per fare di nuovo comunità. Ricordando questo periodo come il tempo dell'emergenza ma anche quello, provvidenziale, che ci ha consentito di chiarirci definitivamente le idee: sul fatto che gli strumenti informatici sono mezzi e non fini carichi d'implicazioni morali; sono niente più che oggetti, che ci hanno permesso di mantenere un surrogato di relazione sul quale contare nel deserto imposto dall'emergenza sanitaria.

Ora che finalmente la vita riprende, in tutte le meravigliose e terribili strade della quotidianità, la scuola non può rimanere imprigionata in circuiti di silicio - neppure per metà, nostalgica di quell'angolo, rassicurante coperta di Linus, ritagliato in tempo di paura e d'isolamento - ma deve insegnare agli studenti la faticosa ebbrezza di nuovi impegni e d'incontri autentici. Provando a illudersi, mentre è ancora consentito dall'assenza di controprove, che il mondo là fuori abbia almeno un po' imparato la lezione. Gli insegnanti, in questo, devono sforzarsi d'essere impavidi maestri.

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