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Il mio Max Weber e i nostri tempi
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Giugno 1920, muore Max Weber, a 56 anni. Vittima della "spagnola", la virulenta pandemia influenzale che fece milioni di morti (da 20 a 100, secondo le stime). Weber ci ha lasciato importanti studi sulla scienza (i suoi fondamenti epistemologici e metodologici).

Ci ha lasciato studi sulla politica (Stato, potere, legittimità, partiti e professionismo politico, leadership); con «L'etica protestante e lo spirito del capitalismo» fa i conti con le teorie marxiste e liberali, istituendo un "rivoluzionario" legame concettuale, un'"affinità elettiva", tra credenze culturali/religiose e razionalismo economico; sul diritto, sulla musica. Negli ultimi anni di vita tenne due celebri conferenze, a Monaco e rivolte a giovani universitari: sulla "scienza come professione" (1917) e sulle "politica come professione" (1919), dove "professione" sta per "Beruf" ("lavoro" ma anche "vocazione", "chiamata"). Lì trova sintesi la "visione" weberiana, il cuore del suo pensiero: pagine che a tratti si elevano ad arte letteraria, dense di immagini, ethos e pathos. Weber è ormai un "classico", cioè, come diceva Italo Calvino, un autore che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Ma proprio perché "classico", il Weber delle università, dei libri, della cultura politica, è uno e trino, ovvero sono tanti e diversi tra loro i Weber con cui si può avere a che fare. Qui vorrei riflettere sul "mio" Weber. E allora, come capita a teatro: "Cambio scena", anni '70.

Quell'anno la parte monografica del corso era dedicata alla burocrazia. Attorno alla cattedra di Sociologia si era costituito un piccolo gruppo di studio formato da studenti avanti con la carriera, "impegnati politicamente", e da poche matricole. Dovevamo assegnarci i libri da relazionare all'interno del gruppo, e poi all'esame. I più grandi (perché… decidevano loro) scelsero chi Marx, chi Engels, chi Lenin, chi Bernstein o Kautsky: il "movimento" del '77 era lì lì.

A me e a un mio amico, che eravamo "primini", assegnarono Weber e Michels (quello della "legge dell'oligarchia in democrazia"): anch'essi facevano parte del programma e qualcuno doveva "farli". Non ricordo per quale motivo specifico (o forse non c'era proprio, non saprei): "mi presi" Weber, il mio amico cedette e ripiegò su Michels. Dopo qualche mese, pieno di compunto entusiasmo presentai la mia relazione (che forse ho ancora in qualche cassetto), esposi alcuni basilari concetti e temi weberiani: "tipo ideale" di burocrazia, rapporti tra il burocrate (l'esperto) e il politico, razionalità e razionalizzazione del mondo come "disincanto". «Mi sembrano cose interessanti… aiutano a comprendere la società, la politica, la scienza», commentavo timidamente, mentre esponevo. «Ma va là (pivello)! Weber era l''organo' di Bismarck», disse uno di quelli grandi, e tutti gli altri giù a ridere.

Fu il mio primo "incontro ravvicinato" con Weber. È grazie anche alle letture di Weber che, un po' alla volta, "ho aperto gli occhi" e mi sono reso conto che si stava definendo la mia "visione del mondo" (per usare una parola grossa, cara a Weber). Questo anche quando, negli anni, continuando a leggere Weber, prima su un punto poi su un altro, cominciavo a rendermi conto che il mio modo di vedere i problemi era un po' diverso da quello del "grande tedesco", fino a prenderne anche le distanze. Restavo però legato a quello che per me era lo spirito di fondo del suo "studiare", al suo "pensiero teso", fatto di elementi tra loro in tensione: un pensiero dilemmatico, a le volte "contraddittorio", e alla fine irrisolto, aporetico. Ma un modo di pensare e vedere i problemi caratterizzato da penetrante sensibilità di analisi di ciò che è scienza, società, politica.

La chiave di volta della prospettiva weberiana è che scienza, società, politica, comunque le si veda, restano sempre "cose degli uomini" o, direbbe Pirandello, "forme della vita", secondo un tema che tanto faceva discutere artisti, filosofi, scienziati tra il secondo Ottocento e il primo Novecento. E qui incontriamo le sfide "esistenziali" e conoscitive ancora aperte per noi, in un'epoca che pure fatica a comprenderle a fondo. Questo modo di "vedere il mondo" rimanda anche all'idea weberiana secondo cui la scienza vive di fondamenti pre-scientifici, e la politica di fondamenti pre-politici. Da qui il weberiano "politeismo dei valori". L'approdo di questa visione, in Weber, non è però il relativismo dell'"uno vale l'altro", che infatti possiamo governare, forti di metodo, passione, probità intellettuale: non riusciremo sempre a "quadrare il cerchio", ma ci sforzeremo per "dare un senso" alle cose che facciamo, al mondo in cui viviamo, se capita pure da scienziati o da politici.

Per finire il mio ritratto weberiano vorrei esplicitare due direzioni di marcia che questo Weber può oggi offrirci. Una relativa alla conoscenza scientifica, l'altra alla politica.

1) «Qual è il senso della scienza come professione»? La ricerca della "vera natura delle cose" o del "vero Dio" o della "vera felicità", stabilire dove sta la "verità" nelle cose importanti per gli affari umani? No, dice Weber. E cita Tolstoj: la scienza «è priva di senso perché non dà alcuna risposta alla sola domanda importante per noi: che cosa dobbiamo fare? come dobbiamo vivere?». La chiosa weberiana è: «Il fatto che la scienza non dia queste risposte è assolutamente incontestabile»; ma la forza della scienza è nei suoi presupposti conoscitivi, in ciò che la fonda e qualifica: il metodo, la «validità delle regole della logica e della metodologia» di un lavoro scientifico. Mi ci ritrovo ancora, a grandi linee. Molti studiosi però si fermano qui, e si fan forti, talora, di Weber. Ma Weber non si è fermato qui. Ha aggiunto: «Questi presupposti sono tuttavia problematici», anche perché danno per scontato che «il risultato del lavoro scientifico sia ‘degno di essere conosciuto'.

E qui hanno la loro radice tutti i nostri problemi. Infatti questo presupposto non può essere a sua volta dimostrato con i mezzi della scienza. Può essere solo interpretato nel suo "senso"», un senso che può essere accolto o respinto a seconda della «posizione» di ciascuno sulle questioni della vita. Ossia, la scienza dice sui mezzi, ma non sui fini. E la nostra cultura qui pare impreparata, e fa confusione.

2) «La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento insieme. È confermato dall'esperienza storica che il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l'impossibile. Solo chi è sicuro di rinunciare anche se il mondo è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuol offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a ciò: "Non importa, continuiamo!", solo un uomo siffatto ha la "vocazione" per la politica».

Qui sta tutto l'incanto del disincantato weberiano. La magia della razionalità del "mio" Weber. La tensione e l'apertura di un pensiero che proprio perché "irrisolto" ci spinge sempre a ricominciare, ad andare avanti. E questo sarebbe il Weber da consegnare ai suoi tempi? No, grazie. Questo siamo noi, postmoderni o liberaldemocratici quanto si voglia. Per fortuna, nostra e dei nostri figli.

Gaspare Nevola è professore di scienza politica all'Università di Trento

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