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Costruire ponti
per l'accoglienza

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C'è un racconto di Kafka in cui si parla di un ponte che assume la figura di un uomo. Su una sponda le mani, sull'altra i piedi. Le persone passano, ma sono transiti distratti. Il ponte non sopporta questo dolore, lascia la presa e precipita nel vuoto, insieme ai passanti.

Il grande scrittore pare volerci dire che non bisogna mai dare per scontato che una congiunzione sia lì per sempre. Occorre cura, occorre rispetto, occorre continua manutenzione, altrimenti, con il passare del tempo, può cedere, crollare, andare in frantumi, polverizzarsi. Sono oggetti stabili e fragili allo stesso tempo.

Ecco perché, oggi, sabato 26 settembre, noi di Cnca, Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, siamo assieme a molte altre realtà su tanti ponti del Trentino e dell'Alto Adige. Ma non perché siamo ingegneri, o tecnici del genio civile. Quanto piuttosto perché i ponti hanno i caratteri fortemente simbolici connessi alla comunicazione, alla relazione, allo scambio, alla contaminazione.

Sono l'opposto dei muri alla cui caduta, nel secolo scorso, abbiamo festeggiato, e alla cui attuale ricostruzione assistiamo smarriti e poco reattivi. Stiamo perdendo la cultura del ponte, la capacità di stare insieme, di fare comunità, di vincere la paura sociale dell'altro e degli altri. La pandemia, la chiusura hanno rinforzato gli atteggiamenti di chiusura, hanno enfatizzato le diffidenze, hanno moltiplicato le solitudini; ma hanno anche messo in luce la capacità straordinaria di tante persone di farsi carico, di aiutare, di dimostrare vicinanza, di saper mettere mani e piedi da parti opposte del fiume dell'indifferenza. Sono le azioni di chi ha coscienza di cosa significhi comunità e di quanto poco ci voglia per trasformarla in un insieme di individui, scollegati e sconnessi dalla realtà concreta.

Avere cura dei ponti, operare quotidianamente la manutenzione, costruirne di nuovi, collegando realtà separate, facendo camminare le persone sui selciati della solidarietà. Nessun uomo è un'isola, nessuno si salva da solo. La pandemia ci sta insegnando questo, ci insegna che abbiamo tutti bisogno, necessità, urgenza dell'attenzione, della vicinanza, del riconoscimento reciproco, del comprendere che l'altro non è che lo specchio di se stessi.

«Tra adesso e adesso / tra io sono e tu sei / la parola ponte». È un aforisma di Octavio Paz, poeta e saggista messicano, che spiega meglio di altre parole il senso della nostra giornata. Siamo sui ponti delle città e dei paesi della nostra regione, con modalità diverse, con iniziative diverse, frutto della creatività e della voglia di promuovere momenti positivi di scambio; ci siamo per testimoniare che una comunità attraverso le relazioni riesce a far cadere barriere, a sopraffare paure, ad affrontare le difficoltà, le inadeguatezze, le insoddisfazioni che logorano le persone in tutti i loro ambienti di vita.

Vogliamo promuovere la cura degli spazi di vita. Le relazioni fra le persone hanno bisogno di luoghi fisici, non virtuali, dove possano realizzarsi. Soprattutto le periferie urbane e di valle chiedono di essere profondamente ridisegnate con una visione politica e sociale che sappia riconnettere tra loro le persone perse nelle loro solitudini. Occorre ri-costruire mettendo al centro i bisogni fondamentali.
Siamo sui ponti per affermare che ogni comunità, da quella più piccola a quella globale, ha necessità, urgenza, bisogno di un ambiente in salute. Costruire un ponte fra gli uomini e l'ambiente naturale, quel ponte che è saltato; il Pianeta è sottoposto a una pressione fortissima che sta producendo nuovi enormi problemi, a partire dal riscaldamento climatico e delle guerre ad esso collegate, senza peraltro risolvere in modo significativo quelli antichi, della fame e della povertà. Un ambiente sano è un'esigenza di giustizia e il presupposto per garantire una migliore qualità della vita, è premessa necessaria per rendere effettivo il diritto alla salute. Occorre occuparsi dell'ambiente umano dal livello globale a quello di ogni realtà locale. In questo campo di cura, «non si è mai troppo piccoli per fare la differenza».

E per ribadire questo concetto voglio chiudere con le parole di un grande, Pietro Calamandrei, scritte all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale, in un'Italia distrutta dalla guerra. Parole che riassumono il senso di questa giornata sui ponti e dell'impegno di ognuno di noi, di voi, per contribuire a costruire una comunità più forte, più aperta, più solidale. «E se la nostra opera, per la sua modestia, sarà piuttosto quella di chi lavora a ricostruire l'arco semplice di un ponticello sopra un torrente, piuttosto che quella di chi innalza le arcate maestose di un ponte monumentale su un grande fiume, non per questo ci sarà meno cara la nostra fatica, se servirà a riaprire un varco che permetta il passaggio di qualche uomo verso l'avvenire. Invitiamo gli amici che provano questo stesso angoscioso bisogno di sentirsi operai, anche modesti, del lavoro che ricomincia, a portarci la loro pietra».

Claudio Bassetti
Presidente del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza
del Trentino Alto Adige

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