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Le ferite
del referendum

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In questi giorni post-elettorali il Presidente Mattarella dovrà tenere le fila di un broglio politico fitto di nodi.

I risvolti della vittoria del Sì al referendum e dei risultati del voto amministrativo hanno innescato dinamiche inter e intra partitiche poco rassicuranti per il Colle.

Specie nelle forze di maggioranza, per la tenuta e per la capacità di azione del governo Conte 2, mentre si avvicinano scadenze importanti (invio all'Ue del piano per avere per avere i fondi anti-crisi, legge di bilancio). È improbabile una crisi di governo traumatica e non "vigilata", tanto più uno scioglimento anticipato delle Camere. Ma il clima politico è più teso di quanto sembri. E paralizzante, dati i timori e le debolezze dei partiti.

Eppure, la "spallata" non c'è stata, a sentire le dichiarazioni di capi-partito, a leggere titoli e commenti della grande stampa. Ovvero, non c'è stata quella enfaticamente attribuita ai disegni del centro-destra guidato da Salvini. Ma gli effetti sovrapposti e intrecciati di referendum e voto amministrativo peseranno. I partiti sono più divisi e sconcertanti che mai nella lettura del duplice voto: col supporto dei media assegnano vittorie e sconfitte a casaccio o strumentalmente, senza serie analisi pubbliche del voto. Il quadro politico, sottotraccia, è mobile.

Cosa ci aspetta? C'è chi vede un rafforzamento del Conte 2; chi nuove leggi elettorali e persino riforme della costituzione, come se il proporzionale fosse cosa se non fatta, almeno condivisa, per tacere sulla modifica del nostro bicameralismo debole. Sia pure in sordina, nell'aria gira pure l'idea che l'attuale parlamento sia "politicamente" delegittimato dall'esito referendario: è il caso che un parlamento bocciato da un referendum dal sapore efficientista e anti-casta metta mano a riforme tanto importanti che plasmeranno la natura di quello che gli subentrerà? L'idea non è peregrina o sfascista: in un Paese sano sarebbe così, si andrebbe rapidamente al voto; in un Paese sano si sarebbe pensato a varare un "taglio" costituzionale dei parlamentari congiuntamente a una riforma elettorale e del bicameralismo per sanare problemi e incongruenze che il "taglio lineare" lascia riguardo ad es. alla rappresentanza, territoriale anzitutto (come si percepisce in Trentino-Alto Adige).

Ma l'unico punto fermo delle forze al governo è che dovrà essere l'attuale Parlamento ad eleggere il nuovo Capo dello Stato. Del resto, senza ipocrisie, questa era, dalle origini, la missione principale del governo Pd-5s, insieme alla ricerca di una "sintonia obbligata" con la politica pro-sistema europea e alla nomina delle cariche di "sotto-governo"; altro che, per dire, l'eliminazione delle "disumane leggi sui porti chiusi". Siamo un Paese serio? Una democrazia adulta? Caro Mattarella, qualche dubbio attanaglia anche lei. Inconfessabile, la capisco. Ma il mio lavoro è diverso dal suo.

Ad accendere il fuoco sulla miccia è stato ancora una volta Grillo, il comico-politico sui generis, a suo modo una specie di Debord praticante. Un affabulatore degno di Dario Fo, abile nel giocare con un immaginario sociale diffuso, ma dall'incerta intelligenza politica. Grillo è ancora anima e influente interprete di ciò che resta dell'universo pentastellato: non poco nei palazzi, quasi niente nella società. Esaltando il voto referendario, dice: «Non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta». Parla di parlamentari sorteggiati, attirandosi il graffio d'ironia della Meloni: «Ma perché?

Non lo avete già fatto?». Non scherziamo: sono cose serie. Ma le parole di Grillo non sono semplici sbruffonate: hanno, intanto, la finalità di tenere in vita il MoVimento. Se gli effetti politici sistemici di queste sue uscite non sono del tutto prevedibili, esse però s'incontrano subito con la cultura, almeno a parole, "anti-politica" e "anti-casta". Le parole però sono importanti, come diceva il Palombella rossa di Moretti, producono effetti. Che ci faccia o che ci creda, Grillo ha una sua visione politica, certo naif, di una democrazia diretta, disinvolta, tutta retorica e molto "casual", una visione che neppure gli antichi Ateniesi avevano in testa e tanto meno praticavano. Non lo ricordo a Grillo, ma ai militanti e dirigenti grillini: l'ultimo che in Italia ha pensato, credendoci, alla democrazia diretta («omnicrazia») è stato Capitini; di fronte allo spessore e all'articolazione delle sue idee, peraltro piene di gravi difetti e contraddizioni, quelle grilline viaggiano nell'ingenuità o nella malizia. La democrazia diretta è cosa non banale: chi la propone ora sbaglia a non prospettare con dovizia di particolari i necessari meccanismi di raccordo con la democrazia rappresentativa, perché questa, compreso il suo professionismo politico, è ineludibile, anche quando non piace. La fertilizzazione reciproca tra democrazia diretta e indiretta non è l'antiparlamentarismo. Va invece nutrita dal basso: partendo dalle comunità locali, richiede leadership, strutture dirigenti e organizzative, mobilitazione delle persone nei territori e non solo su web e social; non si esaurisce nella tecnica amministrativa, vuole sensibilità sociale e consenso culturale, politico. Richiede una presenza "fisica" e un agire attivo nel tessuto di comuni e regioni, ossia proprio ciò su cui da sempre il M5s arranca e oggi sprofonda. Servirebbero partiti a tutto tondo. E qui entrano in gioco tutti i partiti, e il pessimo modo con cui han portato gli Italiani al referendum.

Varie sono le ragioni per cui questo referendum costituzionale, a differenza di quello ben più ambizioso e ingegneristico del 2016, non mi ha appassionato e anzi mi preoccupa. Non riguardano tanto il numero in sé di dei rappresentanti a Montecitorio e Palazzo Madama, bensì: 1) il contenuto specifico della riforma ("taglio lineare", forfettario direi, dei parlamentari); 2) le motivazioni che l'hanno ispirata (di netto, ma fortemente fuorviante, sapore "anti-politico", anti-casta, tutte concentrate sui "costi e l'efficienza della politica, con colpevole disinteresse per la qualità e razionalità della rappresentanza democratica, per le effettive strutture e dinamiche di potere che corrodono principi e regole dei quel "potere democratico" che recitiamo a pilota automatico inserito; siamo di fronte a una "riforma-non riforma", che non si cura dell'equilibrio dei poteri tra parlamento e governo già da molto tempo compromesso, e che è il problema della democrazia dei nostri tempi; 3) la nebulosa idea di democrazia a cui la riforma vorrebbe dare gambe istituzionali. Se il referendum del 2016 dava risposte miopi ai problemi politici, che mortificavano la qualità di una democrazia, quello del 20-21 settembre semplicemente li ignora; e surrettiziamente rimanda alla stessa logica e cultura di quello renziano.

Ma il popolo ha votato, e ha detto Sì. E questo conta. Però con un avvertimento da non trascurare: presentato come un grande successo partecipativo di esercizio della democrazia, a votare per la Costituzione si è mosso, va rimarcato, il 51,1% degli aventi diritto (il 50.25%, se sottraiamo quasi l'1% di schede bianche e nulle). Non mi si parli di "effetto Covid": la vita quotidiana ormai pullula di persone in giro, per pizzerie e divertimenti, non solo per lavoro. Il fatto è che la Costituzione muove meno di un aperitivo. Altro che trionfo del referendum: la riforma è stata promossa da solo un terzo dei cittadini (a questo corrisponde il Sì del 69% sul 51% dei votanti). Le nostre democrazie rischiano l'imbalsamazione. Mentre la società si irrigidisce contro barbari di tutti i colori e fantasmi di comodo nelle teste di ciascuno.

Gaspare Nevola
Professore di Scienza politica
all'Università di Trento

 

 

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