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Il sequestro Moro /9

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Quelli delle Brigate Rosse dovevano scegliere. O rapire Andreotti oppure Moro. I clandestini della “colonna romana“  discussero a lungo su chi, fra i “cavalli di razza” della Dc, doveva essere rapito e quando, finita l’ emergenza e scontati un pugno di anni di carcere cominciarono a venire intervistati per raccontare agli italiani che loro erano stati i nuovi partigiani, Prospero Gallinari narrò che «la persona maggiormente odiata era Giulio Andreotti. Si scelse fra lui e Moro mentre si accantonò Amintore Fanfani perché era un uomo del passato». Mario Moretti intervistato nel 1984 da Giorgio Bocca smentì Gallinari affermando: «Non mi risulta che si sia pensato ad altri per la grande campagna di primavera del 1978. La nostra attenzione e il nostro impegno si concentrarono su Moro».

Un cenno a Mario Moretti, nella clandestinità il “compagno Nico” e poi “Maurizio”. Si racconta che abbia preso parte  alla sua prima azione con le BR rapinando a Pergine con altri tre complici la filiale della banca di Trento e Bolzano il 30 luglio 1971, mentre il 4 dicembre 1971 partecipò, insieme a due militanti, ad un’altra rapina a Milano nel grande magazzino Coin di corso Vercelli. Organizzò la prima azione omicida l’ 8 giugno 1976 a Genova: l’agguato in Salita Santa Brigida dove cinque militanti, guidato appunto da Moretti, uccisero il magistrato Francesco Coco e i due uomini della scorta. Quell’attentato sgomentò l’opinione pubblica, impressionò gli ambienti dell’estrema sinistra, nulla insegnando a chi doveva addestrare le scorte che continuarono ad essere solo accompagnatori.

Nessuno degli uomini era stato allenato al tiro, preparato ad affrontare un attacco: avevano il compito di aprire le portiere, portare le borse, la mazzetta dei giornali. Ricordo Oreste Leonardi, il capo della scorta di Moro, alla chiesa di San Lorenzo dove il presidente era atteso per la consueta messa di fine agosto in ricordo di Alcide Degasperi e poi presso la sede di via San Francesco della Dc, prendere, una in una mano e l’altra nell’altra, due voluminose borse. Insomma era l’uomo di fiducia, il segretario, una figura ben diversa dai militari delle scorte attuali con i giubbotti antiproiettile, le armi bene in vista, l’indice a portata di grilletto. E le facce feroci.

Moretti è stato l’uomo chiave delle Br. Negli anni successivi si pensò che la cattura di Moro fosse funzionale per impedire l’accordo di governo tra la Dc e il Pci ipotizzando la mano della Cia o di altre forze occulte. Questa ipotesi è sempre stata respinta da Moretti e da tutti gli altri brigatisti coinvolti nel delitto. Fu un’idea della “colonna romana”, pianificata per settimane, forse per mesi; l’obiettivo è stato quello di colpire il “partito-stato” e coinvolgere con quel’atto supremo, i movimenti di estrema sinistra per indurli alla rivolta. Moro venne scelto perché era il simbolo del potere democristiano e per la sua lunga militanza nelle istituzioni.

Era anche, perché metodico nel suo stile di vita, la preda più facile. Appena uscito di casa si recava a messa e per raggiungere i palazzi della politica – Montecitorio e Piazza del Gesù all’epoca sede della Dc – percorreva sempre la stessa strada a bordo di una comune berlina, seguita da un’Alfetta. Sedeva sul divanetto posteriore della Fiat 131, immatricolata nel 1973 e scorreva i titoli dei giornali. A proteggerlo cinque uomini  muniti di armi ma psicologicamente disarmati, a bordo di quelle due auto costrette a rallentamenti continui nel traffico sempre caotico delle Capitale. Andreotti era un’altra cosa. Raccontò Carlo Russo, il capo scorta di Andreotti, che I suoi spostamenti erano imprevedibili, inoltre viveva nel centro storico di Roma mentre il presidente Moro abitava “in periferia”.

La scorta di Moro era composta da 5 uomini con due autovetture mentre quella di Andreotti era formata, “su mia richiesta, dopo un episodio avvenuto il 20 gennaio del 1976” che non ha voluto raccontare, “da 7 uomini con tre autovetture. Non trascurerei neanche un altro particolare: il Presidente Andreotti viaggiava sempre al fianco dell’autista e non sul sedile posteriore perché soffriva il mal d’auto. Difficilmente le BR avrebbero potuto sequestrare Andreotti senza fargli neanche un graffio, come hanno fatto con Moro”.

È il quotidiano “Il Giorno” del 7 aprile a pubblicare la lettera di Eleonora Moro al marito. Contiene una chiara richiesta alle Br di prendere contatti direttamente con la famiglia e la polizia intercetta quella di Moro indirizzata alla moglie. Per un giorno intero la famiglia chiede la consegna di quello scritto. Verrà consegnato alla signora Eleonora solo la sera, per l’intervento del sottosegretario agli Interni Lettieri mentre a segnare il comportamento del governo è il titolo del giornale “la Repubblica”, quel “Non si tratta con le Br – Tutti i partiti sono d’accordo nel rifiutare qualunque tipo di scambio con i terroristi”.

E mentre Amnesy International si dichiara disponibile a mediare fra Stato e Br, aleggia la proposta di eleggere Moro a Presidente della Repubblica. Apriti cielo e, forse, con ragione. Come si poteva eleggere a Presidente delle Repubblica un uomo detenuto in una “prigione del popolo?” Scandì Guido Brodato personaggio molto vicino a Benigno Zaccagnini: “Un’ idea assurda, ammessa la buona fede di chi l’ha avanzata” perché quella era anche il tempo di una campagna di stampa scatenata contro Giovanni Leone che avrebbe dovuto dimettersi.

Finalmente la giornalista Miriam Mafai chiarì il problema scrivendo sulle pagine di “la Repubblica” del 29 marzo: “Le Br hanno finora in mano un cittadino autorevole finché si vuole, ma in definitiva un semplice cittadino. Il giorno in cui egli diventasse il capo dello Stato aumenterebbe il peso specifico dell’ostaggio, e di conseguenza, la pericolosità della sua situazione”. Poi sulle pagine de il “Giornale” di Indro Montanelli si lesse: “Che Moro esca vivo dalla sua drammatica avventura è possibile, ma che possa riprende le sue funzioni di grande regista della politica italiana è improbabile”.

Davvero, rileggendo le cronache di quei giorni si capisce che la nave-Italia era in gran tempesta e senza timoniere. Per le strade di Roma i cronisti raccoglievano la voce della gente che diceva: “Povero Moro, ma non si deve trattare” oppure “ci fa pena come uomo, ma la Dc non ci piace” e mentre Bettino Craxi apriva il congresso socialista a Torino puntando sull’unità nazionale accantonando la politica dell’alternativa, a Milano i brigatisti uccidevano Francesco De Cataldo, maresciallo degli agenti di custodia a San Vittore. Da quel momento, e avvenne anche a Trento fra gli uomini del carcere di via Pilati, gli agenti di custodia quando uscivano dalle prigioni tenevano la mano sul calcio della rivoltella. Preferivano quella a tamburo, quelle di calibro devastante e così a Torino la guardia carceraria Lorenzo Cotugno prima di essere ucciso ferisce uno degli attentatori: Cristoforo Piancone, operaio della Fiat.

E arrivò il comunicato numero 3. E’ accompagnato da una lettera indirizzata da Moro a Francesco Cossiga. “Caro Francesco, mentre ti indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te alcune lucide e realistiche considerazioni”. Ecco il prigioniero affermare “… benché non sappia nulla né del modo né quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione – mi è stato detto con tutta chiarezza – che sono considerato prigioniero politico, sottoposto come presidente della Dc, ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità”. Moro spiega che “il grave addebito” gli viene fatto “in quanto esponente qualificato della Dc… In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa, ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere”. E’ a questo punto che Moro – ed è probabile su suggerimento dei suoi carcerieri – propone uno scambio di prigionieri ricordando “che tutti gli stati del mondo si sono regolati in modo positivo… in molteplici scambi di spie. Queste sono le alternative di una guerriglia”.

Moro alludeva al rilascio, illegale, di terroristi arabi, accompagnati in Libia nel 1973 con l’aereo Argo 16 e la memoria risale a quel del 17 dicembre 1973, all’aeroporto di Fiumicino, con i suoi 30 morti attorno al punto di raccolta dei passeggeri della El-Ail e alle altre stragi nei luoghi dove i terroristi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, la Olp, avevano seminato infinito dolore. I terroristi arabi erano in Italia, alcuni erano stati catturati, ma erano stati liberati su richiesta dell’Olp di Arafat. In cambio, l’ Organizzazione si sarebbe impegnata a non compiere atti di terrorismo in territorio italiano. L’impegno era stato assunto direttamente dal ministro degli esteri italiano pro tempore, nell’ambito di quello che poi fu battezzato “patto Moro” o “lodo Moro”.

E Argo 16 è il nome in codice del bimotore Douglas C-47 Dakota dipinto di bianco, dell’Aeronautica Militare italiana precipitato il 23 novembre del 1973 causando la morte dei quattro piloti e sfiorando un disastro ambientale perché l’aereo si schiantò molto vicino ad un bunker per lo stoccaggio del fosgene nella zona del petrolchimico. Quell’aereo, secondo il racconto dei “gladiatori” trentini – tutti già ufficiali degli Alpini – era stato impiegato anche per trasferire uomini alla base ultrasegreta denominata Centro Addestramento Guastatori di Capo Marargiù in Sardegna e, forse,per trasportare le armi dei “nasco” ii depositi segreti dei gladiatori. Ecco perché il Mossad di Israele mandò i suoi agenti a Roma sulle tracce di Moro. Ecco perché c’ è odore di servizi segreti deviati attorno a quei 55 giorni che vanno da via Fani al momento dell’omicidio. Ecco perché Moro implorò lo scambio di prigioniero con quella frase: “Io sono prigioniero e non sono in una stato d’animo libero”.

(9. continua)

 

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