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Auschwitz: l’inferno dell’umanità “il posto adatto” nato quasi per caso

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La “Canzone del bambino nel vento” di Francesco Guccini, un canto duro, crudele, disperato, ci ricorda dalla primavera del 1967 l’antica storia, nel flagello della svastica, dell’ inferno di Auschwitz, quel cimitero dell’ umanità che sembra nato quasi per caso il 21 febbraio 1940. Quel giorno l’ SS Oberführer Richard Glücks, capo dell’ispettorato dei campi di concentramento, informava Heinrich Himmler, un grande Genio della Malvagità, fra i responsabili della instaurazione del "Nuovo ordine nazionalsocialista", l’ideatore della Soluzione finale della questione ebraica, di aver trovato vicino a Cracovia “il posto adatto” per un nuovo “campo di quarantena” destinato a rinchiudere quei detenuti politici polacchi che i tedeschi volevano trattare con “particolare durezza” ma non avevano ancora deciso come ucciderli.

Si pensò di rinchiudevi gli ebrei, così Auschwitz divenne il luogo della distruzione dei quelli polacchi, poi il simbolo della Shoah che vuol dire desolazione, catastrofe, genocidio della popolazione ebraica rastrellata in ogni angolo – anche in Italia da Roma a Merano – dell’ Europa in fiamme che adesso ricorda ogni 27 gennaio l’orrore di quella mostruosa strage. La data divenne il simbolo della memoria perché quel giorno del 1945 una pattuglia di soldati a cavallo, avanguardie dell’Armata Rossa nell’offensiva Vistola-Oder che puntava su Berlino, si trovarono sulla soglia del cancello con la scritta “Arbeit macht frei”, il beffardo simbolo del lavoro coatto, della disumana follia di quei luoghi di detenzione, tortura e morte. In Israele ogni 27 gennaio, le sirene d’allarme suonano a mezzogiorno in punto e in tutte le località la gente interrompe ogni attività per scendere in strada. Le auto si fermano, conducente e passeggeri escono dai veicoli lasciando le portiere spalancate quale ricordo dell’apertura, così mi è stato detto, del famoso cancello di Auschwitz. Due minuti di silenzio poi il canto dell’inno nazionale, il prolungato suono di clacson e l’urlo delle sirene.

Così si ricorda Auschwitz, un borgo di dodicimila abitanti sorto su un terreno paludoso dove all’epoca della Grande Guerra erano state costruite quasi a ridosso di una tratta ferroviaria, le caserme della cavalleria austriaca. Proprio quel binario lo ha fatto entrare nelle pagine più crudeli della storia dell’umanità dove un posto di rilievo nella galleria criminale della Germania nazista, lo ha avuto anche la IG-Farben che nel 1941 costruì attorno alle vecchie caserme un vasto complesso chimico, forse il più grande dell'epoca, impiegando gli schiavi ammassati nel campo di concentramento. Distillando il carbone produceva gomma e petrolio sintetico; forse era in collegamento – è solo un’ipotesi ventilata a Trento nell’inverno del 1964 - con la Sloi voluta da Achille Starace a nord della città, anzi della Trento Redenta, a Campotrentino, località vocata negli anni Quaranta a frutteti, orti e all’allevamento del baco da seta. Specializzata nella produzione dell’ antidetonante per la benzina fino al famoso incendio del 14 luglio del 1978, sarebbe stata in contatto con la Farben che ad Auschwitz faceva lavorare in condizioni disumane oltre 83.000 deportati. Da ricordare che dopo l’8 Settembre del 1943, venne brutalmente internato in Germania anche il suo direttore, il trentino Mario Pedinelli. Che per fortuna, sopravvisse. 

Una delle specialità di quell’ industria fu l'insetticida Zyklon B poi massicciamente usato nelle camere a gas di Auschwiz che vantava le più capienti e le meglio organizzate stanze della morte. In vero lo Zyklon era prodotto dalla Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung consorella della Farben. L’insetticida “andava benone per uccidere i pidocchi e gli ebrei” come diceva Rudolf Franz Ferdinandand Höß, il primo comandante di quel campo, suscitandol’ilarità dei camerati con la divisa della Schutzstaffe. Era anche un ingrediente del famoso e puzzolente “flit” impiegato con una pompetta che lo diffondeva in ogni angolo, dalle massaie di mezza Europa contro mosche, zanzare e tutti gli altri insetti che insidiavano le case, fin quando venne soppiantato dal Ddt arrivato con i soldati americani.

Proprio nel giorno infausto per l’umanità della nascita di Auschwitz, Benito Mussolini viveva uno di quei momenti che lo vedevano ben deciso ad essere ora alleato fedele di Hitler per poi ricredersi minacciando, a parole, il dittatore di Berlino di forsennate catastrofi. Alla data 21 febbraio 1940, si legge nelle  pagine del diario di Galeazzo Ciano, il Ministro degli Esteri dell’Italia fascista, il marito di Edda la figlia del Duce, che in quel puntuale scritto presenta l’Italia nel periodo fascista, come “il Duce intende accontentare i tedeschi fornendo alcune materie prime di cui noi stessi scarseggiamo: canapa e 3.500 tonnellate di rame che si prepara a razziare nelle case degli italiani”. A Trento il quotidiano “Il Brennero” avvertiva i cittadini che dopo l’oro dato alla Patria – solo Livia Bittanti si era rifiutata di consegnare la Medaglia d’Oro ricevuta in memoria di Cesare Battisti – e la raccolta del ferro, dovevano prepararsi a consegnare paioli, mestoli, secchi, candelieri, caffettiere sopravissuti a molte razzie e sapientemente lucidati ogni giorno con il Sidol. Scriveva Ciano: “Il Duce ritiene che la requisizione dia un gettito di 20.00  tonnellate [di rame], ma forse questa cifra è troppo rosea… la requisizione non sarà molto ben vista, e peggio ancora se verrà risaputo che parte del rame dovrà essere ceduta agli odiati tedeschi”.

Appunto “odiati tedeschi”. Soprattutto sempre temuti in quella altalena di ammirazione per la potenza industriale e totale soggezione per quella militare, che per lungo tempo ha accompagnato gli italiani alle prese con la frontiera del Brennero che per Mussolini “non è un fiume” ma “una barriera impenetrabile di ghiaccio otto mesi all’anno e di rocce scoscese durante il resto del tempo”. Insomma invalicabile o quasi e quel “quasi” era il cruccio del regime soprattutto dopo il 12 marzo del 1938, il giorno dell’ annessione dell'Austria alla Germania che per il Duce fu uno scacco durissimo perché la svastica sventolava sul confine del Regno, perché nell’Alto Adige l’Anschluss era stato salutato con somma gioia da quanti nonostante la fascistizzazione continuavano a parlare il tedesco e perché quella pur abilmente mascherata dalle veline del Minculpop il ministero della cultura popolare obbligato riferimento per ogni articolo di giornale, era una sconfitta del Duce.

Si  era appena asciugato l’inchiostro della firma del Patto d’Acciaio e l’asse Roma-Berlino, al quale si stava aggiungendo Tokio per formare il famoso quanto tragico “Roberto”, già scricchiolava. Il Ministro degli Esteri dell’Italia fascista aveva capito come la luna di miele fra i due regimi totalitari fosse irta di spine anche perché a Hitler non piaceva Vittorio Emanuele III perché nel 1915 aveva rotto nel segreto del Patto di Londra, la trentennale alleanza con Berlino e Vienna: il Fuhrer lo indicava “afflitto dalla vecchiaia”; il Re e Imperatore diceva che Hitler era matto. Nella primavera di 1939 gli italiani avevano venduto preziosi motori d’aereo alla Francia e questa decisione  aveva fortemente indispettito i tedeschi. Poi il 16 febbraio dl 1940 nelle acque territoriali della Norvegia c’era stato il colpo di mano della marina britannica con l’arrembaggio alla grande petroliera tedesca “Altmark” che trasportava 300 prigionieri inglesi liberati nell’azione e Ciano aveva convocato l’ambasciatore d’Inghilterra a Roma per dirgli “trovo l’azione inglese assolutamente corretta e tale da ricollegarsi alle più audaci tradizioni della Marina di Francis Drake”. Gaudio sul giornali di Sua Maestà; ira appena contenuta a Berlino.

Certo né Mussolini né Ciano conoscevano i piani per annientare gli ebrei; tutto rimase nel tenebroso mondo nazista fino ai giorni del processo di Norimberga; né si sapeva che Hitler aveva incaricato Himmler e Reinhard Tristan Heydrich di liquidare gli ebrei cominciando da quelli polacchi e quando la macchina dello sterminio venne messa in movimento, si decise di cancellare anche la classe dirigente polacca. Ovviamente in modo segreto ma tragicamente efficace. “Non c’ è bisogno di mandare questi elementi nei campi di concentramento… Per quel che riguarda gli ebrei, desidero dirvi con tutta franchezza che essi debbono essere fatti fuori. Signori, debbo chiedervi di sbarazzarvi di ogni sentimento di compassione. Dobbiamo annientare gli ebrei”. La frase è di Heydich; la pronunciò alla conferenza di Wannsee; i citati “signori” erano gli ufficiali delle SS, scelti per il nuovo incarico. Da ricordare che il generale Heydrich fu uno dei potenti gerarchi; la storia lo indica come “fra i più pericolosi del Terzo Reich ed ebbe un ruolo decisivo nella pianificazione della soluzione finale del problema ebraico”. Nominato nella primavera governatore del Protettorato di Boema e Moravia, scatenò una sanguinosa repressione per distruggere la resistenza: venne ucciso nel famoso attentato organizzato a Praga dai sevizi segreti inglesi e compiuto dai partigiani cecoslovacchi.

Scrisse nel 1962 William Shirer il famoso giornalista e storico americano che visse a Berlino il tempo di Hitler, che Auschwitz “divenne ben presto il più famoso campo di sterminio tedesco; da distinguere dai campi di concentramento dove qualcuno degli internati poté sopravvivere. E’ importane per un giudizio sui tedeschi dell’epoca di Hitler, anche su quelli più rispettabili, che una società così distinta, nota in campo internazionale come la IG-Farben, i cui direttori godevano di fama fra i principali uomini d’affari della Germania e persone timorate di Dio, scegliesse di proposito quel campo della morte come luogo adatto per le proprie attività redditizie”. Ma in quegli anni l’Europa era percorsa da furiosi demoni per giunta impazziti.

(2. continua)

 

 

 

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