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Quegli occhi pieni di infinito

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Cesare Maestri

Fonte:

Matteo Pavana

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Matteo Pavana

Tempo di lettura: 
2 minuti 30 secondi

Lo chiamavano il ragno delle Dolomiti, Cesare Maestri. Ma era una libellula caparbia. Un uomo fatto con la stoffa dei suoi stessi sogni. Un ragazzo diventato montagna. Nei ricordi, si fanno spazio le sue mani. Quei suoi occhi. Quel suo corpo che è stato un monumento di pelle e di roccia dedicato all’alpinismo di un tempo senza tempo. Più di 3500 scalate. Spesso da solo. Accompagnato dal rumore del suo respiro, dallo scalpiccio dei suoi passi leggeri e spavaldi. Le sue mani parlavano. Di scalate. Di arrampicate. Di fatica e di volo. Perché quando arrivi così in alto non devi solo scalare: devi saper volare. Come una libellula, appunto. Devi farti roccia. Devi essere neve e nuvole. Azzurro come il cielo e bianco come quell’eterna compagna di viaggio che risponde al nome di paura. Devi confonderti con l’aria che lassù è ostica persino quando ti entra nei polmoni. Devi domare e dominare ogni movimento, misurare i gesti, farti brezza e vento. Saldo e leggero insieme.

E quegli occhi che fino all'ultimo hanno sofferto e riso, parlato e pianto, letto e osservato, sapevano riempire i silenzi. Non servivano le parole, a Cesare Maestri. Ogni volta scriveva una pagina nuova. Ma il suo inchiostro erano le emozioni. Qualcosa di impercettibile e di intenso, che ti travolge quando sfiori la vetta e che scompare quando, scendendo - e nelle discese nessuno ha mai saputo eguagliarlo - cogli l'essenza e il senso della fatica di salire. Quando ti interroghi sul senso di ciò che puoi toccare, sentire e vivere per un attimo che vorresti infinito: lembo di tempo che la montagna rende sempre provvisorio e precario.

E quando Cesare ti parlava, gli occhi e le mani non si fermavano. Scalavano anche i tuoi pensieri. Perché ti entrava dentro, il grande Maestri. Ma solo se sapevi accoglierlo. I calli erano le ferite e le vittorie, le illusioni e i trionfi di un grande protagonista di un mondo incantato. Il candore del suo sguardo - soprattutto quando si commuoveva al ricordo del giovane eroe di cui conservava il sorriso - era ricerca e racconto di un oltre, di un sabato del villaggio sempre rivolto verso la prossima impresa e fatto sempre d'attesa, di desiderio, di progetto da realizzare.

Se si potesse chiedere un certificato di residenza per vivere dentro la leggenda, lui l'avrebbe ottenuto in anni lontani. Quando gettava le corde a valle per sfidare persino il destino. E gli piaceva, essere leggenda. Anche se lo nascondeva. Anche se non ha mai smesso di abitare fra le pareti della modestia dell'uomo di montagna, all'apparenza ruvido come i suoi polpastrelli, ma in realtà delicato come quello sguardo che all'improvviso si alzava, rincorrendo le guglie che il suo corpo non avrebbe più potuto donargli. Impossibile, oggi, non immaginarlo a guardare dall'alto ciò che ha sempre inseguito dal basso: da ragazzo, da partigiano, da scrittore, da guida alpina, da maestro di sci, ma prima di tutto da scalatore capace di scalare l'impossibile (inclusa la vecchiaia che non amava) per diventare immortale.

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