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L'etica civile, le Alpi e la forza dei libri

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Oggi alle 17 a Malga Fratte a Levico, organizzato dalla Piccola Libreria e dalla Biblioteca comunale di Levico, si terranno due incontri con Giuseppe Mendicino , scrittore di alpi e di montagna che parlerà di Rigoni Stern, di Nuto Revelli, ma anche di Primo Levi, presentando il suo libro, Portfolio Alpino. Ospitiamo qui un gradito scritto di Mendicino che anticipa alcuni suoi pensieri.

Primo Levi, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli erano uomini e scrittori molto diversi, uniti dalla passione per la scrittura e la letteratura, per l'etica civile e le montagne.
Quasi coetanei, Levi classe 1919 Rigoni classe 1921, sono diversi per gli studi e per il contesto in cui erano cresciuti: Levi nasce a Torino, si diploma al liceo classico e si laurea in chimica; Rigoni cresce nell'altipiano dei Sette Comuni, in una famiglia povera e può frequentare solo la scuola di avviamento al lavoro. Nell'adolescenza sono accomunati dall'amore per la lettura, soprattutto Alighieri e Leopardi, London e Conrad. Entrambi vedono nelle montagne un rifugio di libertà e di ampi orizzonti: per Levi sono una fuga dalla monocultura fascista, imperante nelle città, e dalle discriminazioni delle leggi razziali; per Rigoni, abituato sin da piccolo alla vita in mezzo alla natura, le montagne divengono occasione per una fuga da casa, dopo una ingiusta reprimenda paterna; nello zaino solo un pezzo di pane e un libro, Tifone di Conrad. Nuto Revelli, anch'egli del 1919, nato e cresciuto a Cuneo, impara ad amare la montagna da ragazzino: per il padre, serio funzionario di banca, uno dei pochi svaghi consiste nel portare la famiglia sui monti, la domenica e durante le ferie estive.

Negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale, Levi e Rigoni salgono a distanza di poco tempo uno dall'altro le stesse montagne. Alla fine del 1938 Rigoni si era iscritto a un corso per alpini sciatori-rocciatori e, partendo dalla Val Formazza, aveva svolto con altri 60 alpini, un lungo raid di addestramento tra le vette e le valli innevate della Val d'Aosta. Resta affascinato dalla scalata alla Grivola e dall'alta valle di Champorcher.

Nel 1940 Levi, con gli amici Alberto Salmoni e Sandro Delmastro, percorre anch'egli con entusiasmo la valle di Champorcher, con l'obiettivo di arrivare a Cogne e giungere poi in vetta al Gran Paradiso. Sia Alberto sia Sandro sapranno far valere le loro abilità montanare nella Resistenza, entrambi diverranno comandanti partigiani nelle fila di Giustizia e Libertà. Sandro Delmastro è il compagno di quasi tutte le avventure alpine di Levi, ricordato tanti anni dopo nel racconto Ferro. Levi ne ricorda anche la fine: assassinato nel 1944 da un giovanissimo milite in camicia nera, in mezzo a una strada di Cuneo. Alla sua morte assistette da una finestra Anna, l'allora fidanzata, poi moglie, di Nuto Revelli.
Le montagne sono presenti anche in «Se questo è un uomo».

Ad Auschwitz a Levi viene marchiato sul braccio il numero 174157, lì trascorre un anno e mezzo di durissima prigionia, in un luogo pieno solo di freddo, fame, dolore e umiliazioni. Le montagne diventano un rifugio dell'anima. Come quando prova a tradurre in francese la Divina Commedia al suo compagno di prigionia Pikolo, «…quando mi apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto che mai veduta ne avevo alcuna…», restando sommerso dai rimpianti: «E le montagne, quando si vedono di lontano … le montagne … oh Pikolo, Pikolo, di' qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel buio della sera…»
Il 21 settembre 1962 Levi, finito di leggere Il bosco degli urogalli», scrive a Rigoni per complimentarsi: «Sono convinto che così si deve scrivere, è il modo più serio e onesto, che convoglia più cose con meno parole, quindi anche il più poetico».

Levi e Rigoni hanno in comune la predilezione per il racconto breve: Un Natale del 1945 e Breve vita felice di Rigoni, Ferro e Un discepolo di Levi, sono tra i migliori esempi di racconto breve del nostro Novecento. I libri più noti di Rigoni sono in effetti dei racconti lunghi, sia Il sergente nella neve» sia «Quota Albania» sia «Storia di Tönle» superano di poco le cento pagine; «Se questo è un uomo» di Levi è un insieme di capitoli-racconti, ognuno compiuto, che si succedono senza seguire la cronologia degli eventi.
Revelli, dopo l' 8 settembre sale in montagna a combattere con i partigiani, divenendo presto comandante di una brigata di Giustizia e Libertà. Lassù si sente di nuovo libero, responsabile dei suoi uomini come in Russia, ma stavolta con l'obiettivo di guidarli verso un avvenire diverso, più umano e civile. «In montagna mi sentivo libero; tutto il resto era occupato dai tedeschi e dai fascisti, in basso c'era il terrore. Con un Thompson sulla spalla mi sentivo il padrone del mondo, ho respirato degli attimi di libertà che non ho mai più respirato in vita mia».

Levi, dopo un breve e sfortunato tentativo di aderire a una banda di Giustizia e libertà sulle montagne sopra Saint Vincent, in Val d'Aosta, viene catturato e inviato prima a Fossoli, poi ad Auschwitz. Rigoni è imprigionato subito dopo l'armistizio, e pagherà con venti mesi di lager tedesco il suo rifiuto di aderire alla Rsi di Mussolini.
Nel dopoguerra, Revelli si prefigge di dare voce ai vinti della guerra, tornati feriti nell'animo e nel fisico, e ai vinti delle montagne e delle campagne, lasciati soli da uno sviluppo irrazionale e irragionevole, a volte devastante. Per molti anni nessuno pensa a cercare un equilibrio tra sviluppo e conservazione delle colture e degli alpeggi. Revelli, che quel contesto racconterà ne «Il mondo dei vinti» e «L'anello forte», si accosta ai contadini e ai montanari con umiltà e rispetto.

Anche Primo Levi, sia pur nei modi garbati che lo contraddistinguono è assai rigoroso in tema di etica civile, specie ne «I sommersi e i salvati»: è sempre possibile individuare responsabilità e colpe, e giudicare è un dovere, serve come monito per il futuro, per non ripetere errori e tragedie. Neppure Rigoni si tira indietro, specie quando è in gioco la tutela del suo altipiano dalla speculazione edilizia o quando riaffiorano i fantasmi della dittatura, ma tra le sue montagne ha trovato equilibrio e serenità, e cerca più volte di renderne partecipi i suoi amici.
L'amicizia e la stima tra i tre amici si consolida. Levi inserisce Rigoni tra i suoi riferimenti umani e letterari nell'antologia personale «La ricerca delle radici». Rigoni cita in ogni occasione «La guerra dei poveri» e «La strada del davai» di Revelli come i migliori libri scritti sulla guerra degli italiani nel secondo conflitto mondiale. E Revelli fa lo stesso con «Il sergente nella neve».
Il 28 luglio del 1984 Levi invia una lettera a Rigoni con una poesia inedita, A Mario e a Nuto:
«Ho due fratelli con molta vita alle spalle, / nati all'ombra delle montagne. / Hanno imparato l'indignazione / nella neve di un Paese lontano, / ed hanno scritto libri non inutili. / Come me hanno tollerato la vista / di Medusa, che non li ha impietriti. / Non si sono lasciati impietrire / dalla lenta nevicata dei giorni».
Levi muore pochi anni dopo, l'11 aprile 1987.

Il 5 febbraio del 2004, se ne va anche Nuto Revelli, e Rigoni Stern rimane solo. Nel suo saluto a Nuto c'è tutto un mondo di coraggio e di etica civile che ci dice lungamente addio:
«Ciao Nuto, vai con Primo, con Duccio, con Dante, con gli ultimi e con tutti quelli che sono morti per combattere l'ingiustizia. Vai, vai per le montagne della libertà, dove non ci sono confini».

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