Si chiama "Manaròt" la nuova rivista di scrittura giovane ed atesina. Sette racconti inediti e una grafica da urlo

di Gigi Zoppello

Si chiama «Manaròt». Sì, proprio come la scure, o l’ascia, in dialetto. Si definisce «Rivista indipendente di letteratura atesina». E’ fatta da giovani, non solo per i giovani. E orgogliosamente solo su carta, in vendita da librai selezionati. Un piccolo miracolo, una perla. Un piacere.

Il primo numero di «Manaròt» è uscito da poco, pubblicazione con testa a Milano ma cuore fra Trento e Bolzano. Negli anni Settanta c’era «Letture trentine ed altoatesine», per chi come il sottoscritto ha i capelli bianchi. Oggi questo fiore che riprende la bandiera del regionalismo - calpestato e ucciso nella culla dalla politica - e offre sette racconti inediti di scrittori nati tra il 1983 ed il 1995. Che sono nati o hanno vissuto nei territori atesini, appunto.

Dietro l’operazione ci sono due editor lungimiranti: Nicolò Tabarelli e Davide Gritti. Magnifica impaginazione, una grafica elegantissima (di @fragile.xyz), una copertina in cartoncino carta da zucchero, da mandare in visibilio gli estimatori della stampa a caratteri mobili. Ma dentro c’è molto di più, e per nulla stantio: oltre ai racconti, un dorso centrale di immagini. Si tratta di una raccolta di lastre fotografiche del 1921 - dalla Fondazione Museo Storico del Trentino - che rappresenta la prima visita dei sovrani italiani in Tirolo; ma rielaborate da Michael Zemel con tecniche di creative coding.

Poi la scrittura. Come sempre, encomiabile lo sforzo di dare voce ai giovani autori. Il primo numero si intitola «Nachlass». Che tradotto in italiano ha molteplici significati, anche discordanti. Quindi: eredità, patrimonio (immobiliare e immateriale), sconto. E i racconti sono tutto questo (tranne una eredità immobiliare).

Nelle pagine, Flavio Pintarelli con «La carne delle cose», Davide Gritti con «Ascesa e caduta della città», Daria De Pascale con «Ci furono prima le voci della terra», Nicolò Tabarelli con «Adenocromo», Maddalena Fingerle con «Io non sono un vincente», Riccardo Micheloni con «Pop-off», Alessandro Monaci con «Gott mit Wem?».

Come sempre, nelle collettive, ci sono luci ed ombre, tanti registri e toni diversi, è come assistere ad una rassegna musicale nella quale il sassofonista free-jazz si esibisce dopo il rapper trap. Rimangono però alla fine le domande che probabilmente «Manaròt» voleva suscitare: esiste una «letteratura atesina»? C’è un legame fra i ragazzi nati e cresciuti all’ombra del Rosengarten e quelli che sentono vicina (ma lontanissima) la val dei Mocheni? Esiste per tutti lo stesso disagio, esiste per tutti la stessa sensibilità? Esiste davvero - in definitiva - una regione alpina attraversata dall’Adige (culturalmente parlando)?

Non stiamo a sputare sentenze. Non diamo pagelle (ognuno ha i suoi gusti). Vi diciamo solo di andare a procurarvi il «Manaròt». Non sarà facile, dovrete cercare bene. Ad esempio a Trento, nella libreria dalle parti di San Martino, dove il libraio Zappini conduce una ostinata (necessaria) battaglia di resistenza culturale e delle idee.

Infine, lo spoiler, contenuto nell’ultima pagina: perché si chiama «Manaròt»? A chi, come me, è venuta in mente una iperborea foresta innevata, la gradita soluzione a sorpresa: Dostoevskij. What else?

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