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Se a molestare è una donna

Condannata a 10 mesi

per violenza sessuale

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Lei ha sempre detto che non voleva abusare di lui, ma solo provocarlo. Per la verità, cosa volesse lei importa poco: gli ha messo una mano sui genitali. E siccome lui non voleva - e su questo non ci potevano essere dubbi - quel gesto, per altro reiterato nonostante la reazione di lui, configura il reato di violenza sessuale. Al netto di facili battute o risolini fuori luogo, questo è.

Perché se un uomo non può permettersi di mettere le mani in mezzo alle gambe di una donna, senza il suo consenso, altrettanto non può fare una femmina con un uomo. Punto. L’aveva già deciso il giudice per l’udienza preliminare Monica Izzo un anno e mezzo fa, l’ha ribadito venerdì la Corte d’Appello: la donna protagonista di questa vicenda è stata condannata a 10 mesi e 20 giorni per violenza sessuale. Dovrà risarcire l’uomo con 1.500 euro: una cifra che deve versare se vuole la condizionale.

La vicenda risale a qualche tempo fa e aveva fatto discutere all’epoca, come farà discutere probabilmente oggi. Ma i fatti non cambiano. Prima di tutto, per capire, serve il contesto: i due, una donna di circa 50 anni e un uomo più o meno della stessa età, erano vicini di casa. Un rapporto non esattamente idilliaco: da tempo litigavano pesantemente. Al punto - per capire il livello di inquietudine - che a sorvegliare le parti comuni c’erano delle telecamere.

Un giorno come tantissimi altri, i due discutono. Il problema era - par di capire - che lei aveva lasciato l’auto in un passaggio in cui lui riteneva che non avesse diritto di andare. Da qui la lite, degenerata. Ecco, in questo contesto lei ha messo una gamba tra quelle di lui, e subito dopo una mano sui sui genitali, pronunciando frasi provocatorie. Lui ha reagito spingendola via, lei è tornata alla carica. O per lo meno questo si vede nel video che ha immortalato tutto. A qualcosa sono servite, in fondo, quelle telecamere: le registrazioni sono finite a fascicolo.
Lui a quel punto ha deciso che poteva bastare così. E ha depositato una querela. Perché - questo il ragionamento che deve averlo mosso - a parti invertite nessuno avrebbe avuto dubbi, se si trattasse o meno di violenza sessuale.

La procura per la verità a suo tempo qualche dubbio se l’è fatto venire: è servita l’imputazione coatta ordinata dal Gip Riccardo Dies, per arrivare a processo. E la condanna è arrivata pochi mesi dopo dal Gup Monica Izzo, nel settembre scorso in primo grado, per violenza sessuale e violenza privata (per la faccenda dell’auto): in tutto 11 mesi e 10 giorni. Il principio è chiaro: non importa il sesso di chi agisce. Perché sia violenza sessuale non importa nemmeno che ci sia o meno eccitazione o volontà di appagamento personale, nell’animo di chi agisce. È sufficiente che venga limitata la libertà sessuale di un altro. E nella libertà sessuale rientra ovviamente anche la facoltà di decidere quali mani possono appoggiarsi sui propri genitali. Questo il principio giuridico che ha mosso il giudizio di primo grado.
Qualche giorno fa l’imputata ha provato a ribaltare la sentenza in appello. Ma non è andata bene: assolta per la violenza privata, è rimasta la violenza sessuale. Solo, si è vista ridurre la pena a 10 mesi.

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