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La vita da reclusa

di Loredana Cont

tra polenta e letture

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«Quarantena? Ma se ghe zent che de solito la se mete en malatia per gnent quindese di’ e ades che la pol star a casa la se lamenta…».

Loredana Cont, attrice e autrice teatrale trentina, nata in Svizzera da genitori trentini (mamma di Ospedaletto in Valsugana e papà di Villa Lagarina) risponde con l’innata ironia al telefono dalla sua casa di Rovereto. È l’autore più rappresentato in Trentino e in Veneto, e le sue circa 40 commedie vengono da anni proposte in tutta Italia (tradotte nei vari dialetti) e anche all’estero (tradotte in tedesco, portoghese, sloveno).
Nonostante la pesantezza del momento, per quanto possibile, Loredana Cont riesce a regalarci momenti esilaranti e spumeggianti mentre le chiediamo come sta passando queste settimane di permanenza in casa. La sua capacità di osservazione della società e di sdrammatizzare si abbina in modo rispettoso alla serietà del momento.

Signora Cont, quando è stato l’ultimo spettacolo dal vivo prima del blocco della vita “normale”?

«Era venerdì 21 febbraio. Un bellissimo spettacolo in un teatro gremito a Bolzano. E il giorno dopo a Gardolo. Ricordo che ho salutato il pubblico con i primi dubbi sul fatto che ci saremmo rivisti presto da un altro palco. Infatti lo spettacolo a Lavarone della settimana successiva è stato annullato».
Il titolo dello spettacolo era quasi premonitore…
«Infatti. Su co’ le rece. Che ben si adatta a quello che volevo dire ai trentini. “Ste rento”. State a casa. Non prendete sotto gamba questo Coronavirus. Che forse ci serve a capire che la vita è preziosa e non va sprecata. Quanto è bello respirare una boccata d’aria, fare una passeggiata. Dobbiamo essere preoccupati e penso che i trentini ne abbiano tutti preso coscienza. Intanto inventatevi qualcosa: contate le piastrelle della cucina».

E Loredana Cont come si è adattata alla clausura?

«Innanzitutto diciamo che abbiamo la tv, internet, i giornali, i telefonini, tante cose da mangiare. Non scherziamo. Per i nostri nonni era molto più dura, in cantina sotto le bombe. Io mi alzo più tardi, controllo i polmoni e da buona trentina dico: “Anca ancoi avem trat le gambe for dal let”. Oggi (ieri, ndr), per capire che è domenica, ho fatto il pasticcio. Spazi per me: la cucina e il soggiorno. Mio marito Giorgio in cantina a fare bricolage. Mi dedico alla cucina: a cibi lunghi da preparare e da cuocere. Ad esempio, la polenta. Quella istantanea che cucino di solito, la lascio sul fuoco quattro minuti invece di due: ben cotta! Faccio canederli. Una passeggiata in centro… del poggiolo. E una puntata a Divano Marittima. E poi leggo molto. Sto leggendo “I dannati della peste” di Alberto Folgheraiter, per capire come nel medioevo o nel Seicento facevano le autocertificazioni. E mi tiro su con qualche thriller: fa sempre bene sapere che c’è chi sta peggio di te… Riordino cassetti in cui trovo istruzioni di elettrodomestici che non ho più da 30 anni. In più ho fatto il cambio armadi: ho messo via il paltò, tanto quando uscirò di casa probabilmente sarà estate…».

Dalla sua finestra cosa vede?

«Gente che esce otto volte al giorno per portare a spasso il cane. E che si porta dietro una bottiglia d’acqua per simulare le tracce della necessità della bestiola. Vedo gente che tira il cane per uscire. Fino a qualche settimana fa era il contrario».

Cose le manca di più delle sue care abitudini?

«Beh. Il contatto con la gente. Ma anche il giretto tranquillo al supermercato per poi prendere un caffè al bar».

Ne approfitta magari per scrivere qualche nuovo testo teatrale?

«Va detto che io scrivo quando sono tranquilla e contenta. E in questo momento non è possibile esserlo. Siccome di solito scrivo a mano, sto approfittando per riscrivere al computer alcuni testi. E tradurre in italiano dal dialetto trentino dei lavori che poi saranno trasposti in altri dialetti».

Cosa la irrita delle storture di questo periodo?

«Le centinaia di messaggi WhatsApp. Non se ne può più. E poi tornano sempre quelli. Con tutti i morti di cui abbiamo notizia, adesso anche troppa ironia stona. E lo smart working. Improvvisato dalla sera alla mattina e magari con tre figli che ti saltano addosso in casa tutto il giorno… Io sono in pensione da qualche anno, ma penso alle mie ex colleghe dell’ufficio… Un lato positivo della quarantena è che si sta riducendo l’inquinamento atmosferico. Peccato ci sia voluta questa epidemia perché la natura si riprendesse».

Per i trentini, tradizionalmente considerati orsi, una fatica più leggera resistere in casa?

«No, no sem orsi, ma l’è vera che gavèm l’ors. Siamo solo riservati. E non è vero che siamo diffidenti. Noi trentini stiamo semplicemente su co’ le rece».

Ne usciremo? E soprattutto, come ne usciremo?

«Sicuramente più obesi almeno di una decina di chili. Forse alcolizzati e magari divorziati. Rispettando le regole ne usciremo. E avremo anche le pareti di casa sbianchezade».

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