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La cosca puntava ad aprire

una 'ndrina a Trento:

il pentito confessa

Le dichiarazioni che hanno portato ai 20 arresti dell'operazione "Freeland"

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Anche a Trento la ‘ndrangheta cercò di costituire una ‘ndrina, ma l’obiettivo fallì perché tra gli uomini legati alle cosche calabresi insediati in città non si trovò il giusto equilibrio di appartenenza territoriale e familiare. Lo spiega un pentito che viveva, e pare viva ancora oggi non più sottoposto a programma di protezione, a Trento. Le sue rivelazioni, benché ormai molto datate, sono allegate agli atti dell’inchiesta “Freeland” che con 20 arresti ha demolito una “locale” della ‘ndrangheta insediata in Trentino Alto Adige, in particolare a Bolzano e Laives ma anche con un indagato domiciliato a Pergine.

L’inchiesta è partita dalle rivelazioni di un pentito che nel 2018 ha tracciato davanti agli investigatori una “mappa” dalla presenza ‘ndranghetista nel nord Italia facendo riferimento anche alla “locale” di Bolzano. Da quelle dichiarazioni sono partite le indagini condotte dalla Squadra mobile di Trento e coordinate dal pm Davide Ognibene della Direzione distrettuale antimafia. Per ricostruire il quadro della presenza “ndranghetista in Trentino Alto Adige sono state recuperate le dichiarazioni fatte ormai decenni orsono da alcuni pentiti. Tra questi c’è anche anche colui che in città aveva cercato, senza successo, di costituire una “locale”.

«A Trento o meglio in Trentino Alto Adige - si legge in uno stralcio riportato nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice Marco La Ganga - eravamo diversi “uomini”, come ho già accennato, ma non c’era un “locale aperto”; non era cioè stata “formata una società” (per “locale aperto” s’intende il “locale attivo”, ossia quello la cui costituzione è stata autorizzata dai vertici della ‘ndrangheta, viceversa il “locale chiuso” non gode dell’assenso dei vertici della ‘ndrangheta e quindi non è autorizzato ad operare ndr). Questo soprattutto perché non c’erano tanti “uomini” provenienti dallo stesso paese. Infatti la “società” si forma in un “locale” che corrisponde ad un paese, come ad esempio la società cui appartenevo io era nel locale di S. Ilario. La ‘ndrangheta è molto legata al paese e soprattutto alla famiglia, cioè alla discendenza.
Si sarebbe potuta fare una società fuori dalla Calabria quando ci fossero stati molti “uomini” con la stessa provenienza di paese o familiare. Dato che in Trentino eravamo più uomini ma non con la stessa provenienza, non si costituì una “società” sul posto. Ognuno degli “uomini” rimaneva attivo nella “società” nel locale di provenienza, cioè del suo paese. Io sono sempre rimasto attivo a S. Ilario. Ciò significa che quando scendevo partecipavo alle riunioni ed ero informato; inoltre io ero riconosciuto e rispettato nei locali degli altri paesi come appartenente alla società di S. Ilario».

Il pentito poi aggiunse: «Quando mi sono stabilito a Trento, già sapevo chi erano gli “uomini” e loro già mi riconoscevano come “uomo”. Mi riferisco in particolare a... (segue una decina di nomi, ndr). Erano tutte persone che, come me, erano state “battezzate”, appartenevano alla “ndrangheta e ne seguivano le regole».
Il pentito fece anche degli esempi di cosa significasse quella appartenenza: «quando si sapeva che in un determinato posto c’era un “uomo” si andava a salutare e ci si presentava; in caso di necessità si chiede prima assistenza ed aiuto agli altri “uomini” e non ad estranei, anche perché se fosse stato viceversa ci si poteva anche offendere e potevano nascere incidenti». Lo stesso futuro pentito rischiò di essere ucciso in seguito ad una scissione del “locale” di Sant’Ilario.

Colui che aveva accarezzato il proposito di impiantare una locale a Trento riuscì a salvare la pelle e in seguito iniziò un percorso - doloroso visto che fu ripudiato dalla moglie e dalla famiglia di lei - di collaborazione con la giustizia.

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