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«Ingiusto abbattere l'orsa JJ4»

gli ambientalisti: sul Peller

gli aggrediti avevano una lama

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Foto archivio Servizio Foreste e fauna della Provincia autonoma di Trento

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L’ordine di abbattere JJ4 è, secondo il Tar, una misura che si pone in «contrasto con i canoni di ragionevolezza, proporzionalità ed adeguatezza». Dunque l’invocata uccisione, al momento, pare una scelta eccessiva. Il Tribunale, nell’accogliere la richiesta delle associazioni ambientaliste e animaliste e quella del ministero dell’Ambiente di sospendere l’ordinanza di abbattimento firmata dal presidente Fugatti fino alla scelta nel merito, ha infatti sottolineato che l’amministrazione, poteva sì emettere l’ordinanza, ma «non poteva prescindere dal considerare e valutare le altre misure energiche della “cattura con rilascio allo scopo di spostamento e/o radiomarcaggio” e della “cattura per captivazione permanente”, pure contemplate nel caso di un orso pericoloso, dando più puntualmente conto nel contesto del provvedimento impugnato delle ragioni della incondizionata scelta della misura dell’”abbattimento”».

I giudici amministrativi evidenziano il fatto che le precedenti ordinanze del luglio 2017, del 1 luglio 2019 e 22 luglio 2019 legate sempre a comportamenti pericolosi da parte di altri esemplari di orso, condizionavano l’abbattimento al fatto che sussistessero, al momento della cattura, situazioni di pericolo per l’incolumità di terzi o dei forestali impegnati. Ritenendo meritevoli di accoglimento le istanze cautelari il Tar ha quindi sospeso l’efficacia del provvedimento e fissato al 22 ottobre l’udienza per decidere nel merito sul ricorso. Dunque pericolo di essere soppresso momentaneamente scampato per JJ4. Sempre il Tar consiglia poi all’amministrazione di intraprendere un’altra strada: lascia alla Provincia la possibilità di emettere ulteriori provvedimenti che «potranno tener conto delle risultanze dell’auspicato confronto tra la stessa amministrazione provinciale e le competenti amministrazioni statali non limitato alla fattispecie in esame ma esteso a possibili soluzioni del problema d’ordine generale evidenziato dagli accadimenti oggetto di causa: e ciò nello spirito dello stesso principio costituzionale di leale collaborazione tra lo Stato e la Provincia di Trento, da adibirsi anche nella gestione della fauna selvatica».

Il prossimo 22 ottobre è attesa anche la sentenza, che probabilmente “farà scuola” nella gestione degli animali selvatici problematici. I legali che rappresentano le associazioni ambientaliste ed animaliste torneranno a chiedere la salvezza per l’orsa (niente abbattimento, piuttosto “misure alternative” per contenere l’animale) e porteranno in discussione i contenuti della relazione del Corpo Forestale della Provincia in merito all’aggressione di padre e figlio, Fabio e Christian Misseroni, lo scorso 22 giugno sul monte Peller. «C’è un particolare che non abbiamo potuto inserire negli atti del ricorso in quanto siamo venuti in possesso della relazione solo successivamente - spiega Massimo Vitturi, responsabile animali selvatici Lav - Il particolare riguarda il ritrovamento sul luogo in cui è avvenuta l’aggressione di un seghetto a mano con lama spezzata. Nella relazione viene specificato che sulla lama rotta del seghetto erano presenti peli d’orso e che il seghetto era nella mani del figlio mentre veniva aggredito. Dal nostro punto di vista questi elementi sono da tenere in considerazione nella discussione».

Nella relazione viene precisato che «la colluttazione è avvenuta a pochissimi metri dalla sommità del dosso e le tracce evidenziano che uomini ed orso, inconsapevolmente, percorrevano in modo apposto il medesimo percorso; la particolare orografia, infatti, impediva ad entrambi di potersi percepire».

La lama non è stato l’unico strumento trovato sul Peller. «Sparsi sul terreno, in mezzo all’erba calpestata durante la colluttazione, - si legge - c’erano un seghetto a mano con la lama spezzata, un cappellino a visiera, il coprilama di una piccola motosega e, a circa 25 metri, due zaini dei signori Misseroni, unitamente ad una piccola motosega elettrica». Materiale che padre e figlio, entrambi feriti, hanno abbandonato nella fuga, diretti in ospedale.

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