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Il grido d'allarme dei medici trentini: "Siamo già in affanno, la situazione è molto grave"

"Andava potenziata la medicina di base, da maggio fatto nulla"

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«Il numero dei casi sta esplodendo. È così dalla settimana scorsa. Non c’è differenza rispetto a marzo: questa la percezione».

Monica Costantini è vicepresidente dell’Ordine dei medici di Trento. Parla velocemente, senza pause; a un certo punto subentra un lieve affanno e forse non è solo la mascherina su naso e bocca ma la grande preoccupazione del momento.

Sintomi lievi da monitorare.
«I pazienti positivi stanno aumentando in maniera impressionante. Molti hanno sintomi veramente lievi: da un lato è una fortuna ma nell’ottica della diffusione del virus può essere un problema», prosegue. «Raccomandiamo a tutti di contattare il medico anche in presenza di un minimo sintomo. C’è chi non lo fa perché teme di essere messo in quarantena, ma in questo momento ci vuole senso civico. La diagnosi dei casi positivi è importante per il paziente stesso e per prevenire la diffusione del virus».

Sapevamo che la seconda ondata sarebbe arrivata, annuisce Marco Ioppi, presidente dell’Ordine, «e avremmo dovuto farci trovare più pronti. Ma bando alle polemiche: per superarla dobbiamo adottare uno stile di vita più responsabile. Stiamo facendo tanti tamponi, è vero, ma ne dovremmo fare ancora di più».

Medicina di base da potenziare.
«Noi medici di medicina generale siamo davvero in difficoltà», riprende Monica Costantini. «Riceviamo centinaia di telefonate al giorno dai nostri assistiti. I medici di medicina generale devono potersi occupare anche dei pazienti con altre patologie, non solo il Covid, pertanto va assolutamente potenziata l’assistenza da parte delle Usca».

Le Unità Speciali di Continuità Assistenziale sono nate proprio per gestire sul territorio, a domicilio, i pazienti Covid «ed è necessario siano a disposizione almeno 12 ore al giorno, tutti i giorni della settimana», dice Costantini. «Occorre siano distribuite capillarmente in tutta la provincia e in numero adeguato al moltiplicarsi dei pazienti da gestire a domicilio. Questo permetterebbe di decongestionare gli accessi agli ospedali».

Giovani colleghi disponibili a questo tipo di lavoro ci sono, assicura la vicepresidente dell’Ordine: «L’Azienda provinciale per i servizi sanitari li chiami e organizzi il servizio. Le risorse sul territorio sono tante - ad esempio i colleghi della Scuola di medicina generale - ed è importante che vengano impegnate». Perchè diciamo la verità, insiste Monica Costantini, «la situazione non è cambiata rispetto alla scorsa primavera: l’assistenza territoriale è rimasta numericamente e qualitativamente più o meno la stessa».

Un altro problema è quello dei tamponi: «Non tutte le richieste di esecuzione dei test vengono soddisfatte, adesso, mentre fino a un paio di settimane fa succedeva. Se a ciò aggiungiamo che per avere l’esito ci vogliono quattro o cinque giorni e in questo arco di tempo il paziente non è tenuto all’isolamento, si capisce quanto sia complicata la situazione. Così si favorisce la trasmissione del contagio». Papale papale. Ormai «vengono tracciati solo i contatti all’interno del nucleo familiare», riprende la vicepresidente. «La mole di lavoro è troppo grande, purtroppo».

Non c’è solo il Covid-19.
Il sistema ospedaliero «può reggere se c’è una buona risposta territoriale», altrimenti non ce la fa, s’inserisce Giovanni de Pretis, consigliere dell’Ordine e direttore dell’Unità di Gastroenterologia dell’Apss. «Dobbiamo far sì che una parte rilevante delle attività possa continuare: mi riferisco in particolare a chirurgia oncologica e a tutte le attività di prevenzione».

Nonostante i grandi numeri di questo periodo «i nostri ospedali rimangono luoghi sicuri», tranquillizza de Pretis, «ma chiaramente i tempi si allungano: sia quelli delle procedure diagnostiche che delle visite e degli interventi chirurgici».

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