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A giudizio la "banda dei lituani"

a Trento colpì anche

nella gioielleria Tomasi

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Tutto era organizzato nei minimi particolari: reclutamento, telefoni coperti,trasporti, pernottamenti, informazioni sull’obbiettivo, vie di fuga. Nulla era lasciato al caso dalla banda dei lituani accusata di aver commesso nel 2015 tre rapine (una solo tentata) ai danni delle gioiellerie Tomasi, l’ultima delle quali portò all’arresto di alcuni membri di spicco dell’organizzazione criminale. Le successive indagini portarono a disarticolare il sodalizio (nel capo di imputazione firmato dal pm Davide Ognibene si citando 26 imputati, tutti lituani tranne un russo, molti giovanissimi) ritenuto responsabile di numerose rapine fatte in Italia e all’estero simili per modalità a quelle commesse ai danni delle gioiellerie Tomasi.
L’associazione.
L’accusa è di associazione a delinquere per «commettere più delitti contro il patrimonio pianificati in Lituania ma commessi in diversi stati europei (Italia, Germania, Austria, Svizzera, repubblica Ceca) in particolare rapine in danno di gioiellerie aggravate dall’utilizzo di armi e dal numero degli autori.
Le modalità.
Individuazione degi obiettivi ed organizzazione in Lituania; raclutamento e raduno del gruppo da impiegare e viaggio verso l’Italia; pernottamento in alberghi vicini all’obiettivo per condurre sopralluoghi; prenotazione della logistica per raggiungere l’obiettivo e poi per fuggire; predisposizione di strumenti atti allo scasso, martelli, pistole giocattolo, spray urticante; predisposizione di schede telefoniche prepagate in Lituania; trasporto della refurtiva nelle mani di chi non aveva partecipato alla rapina.
I capi.
Secondo l’accusa è Gintautas Burdulis, 46 anni. «Non partecipa alle rapine ma pianifica l’azione eseguendo sopralluoghi preliminari rimanendo in contatto costante con Remigijus Majoras che guida il “gruppo d’assalto”». Avrebbe preso parte alle rapine commesse a Trento del 31 marzo 2015 e del 28 aprile 2015. Il braccio operativo sarebbe Majoras che si occupa, tra l’altro, del reclutamento, coordina i trasporti, indica gli obiettivi delle rapine, paga tutte le spese e gli esecutori materiali delle rapine.
Rapina del 25 marzo 2015.
Contestata a due imputati: «con violenza e minaccia consistita nell’entrare a volto coperto ed armati di pistola nella gioielleria Tomasi di via San Pietro si impossessavano di gioielli in argento per un valore di circa 10mila euro».
Tentata rapina del 31 marzo 2015.
Contestata a ben 9 imputati. «In concorso tra loro (in due eseguendo un sopralluogo preliminare, ndr) armati di pistola giocattolo, martello accetta» cercavano di entrare nella gioielleria Tomasi di via Mazzini ma non riuscivano per il sopraggiungere delle forze dell’ordine.
Rapina del 28 aprile 2015.
È contestata a 9 lituani. «Si impossessavano di orologi Rolex e monili in oro per un valore non inferiore a 65mila euro che i complici sottraevano dalla gioielleria Tomasi di via San Pietro». Tutto ciò con «minaccia consistita nell’utilizzo di una pistola scacciacani priva del tappo rosso puntata verso P. D. L. e G. T. (i titolari, ndr) e violenza fisica costituita nell’aggredire il T. che veniva gettato a terra spruzzando verso lo stesso una sostanza urticante ». Utilizzavano inoltre «martelli con cui sfondavano le vetrine del negozio». Ma nel giro di un’ora 5 lituani venivano arrestati dalle forze dell’ordine. Per la banda il colpo di Trento è stato l’inizio della fine.
Il giudizio.
Il processo per il solo reato associativo a carico di 23 imputati (quasi tutti irreperibili) è iniziato in Tribunale a Trento. Prossima udienza a marzo.

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