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No ai neologismi: la parità
non si raggiunge così

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Geometro? Architetta? Assessora? Nomi maschili al femminile: ancora una lettera, a cui il nostro Direttore risponde.

No ai neologismi: la parità
non si raggiunge così

Egregio direttore, mi richiamo alla mia lettera del 20 ottobre scorso, che ritengo ormai nel cestino, ed anche alla lettera della signora Roberta Corradini, apparsa ieri sullo stesso argomento, cui il Direttore ha dedicato un compiaciuto commento ed un grazie. Mi è balenato un dubbio, e cioè che la fine della mia sia dovuta al mio dissentire dalla linea del Direttore. la discussione ha superato ampiamente i limiti nei quali l’ha posta il signor Livio Parisi (18 ottobre) e, da un semplice pensiero di critica per un uso al femminile di certe parole quali “Assessora”, “Sindaca” e “la Presidenta” ha invaso temi di portata sociale coinvolgendo addirittura il mondo e la cultura e certi atteggiamenti (sociali) attribuendo alle parole il ruolo, non ho ben capito, se di motore di essi o di semplice conseguenza. Se così fosse, sia nell’un senso che nell’altro, dovremmo vigilare attentamente sul linguaggio scurrile cui si assiste spesso nella televisione. Io rimango entro i limiti leciti avviati dal Signor Parisi e rifuggo dall’usare questi neologismi solo perché suonano assai male ad un orecchio avvezzo alla armonia del nostro parlare. Spero lontano il tempo in cui si possa (o si debba?) usare queste nuove parole, oppure altre analoghe, come la fabbra (per indicare un fabbro donna) e la medica (per la donna medico) o “la politica” (per indicare una donna in politica), oppure, per converso, per parità di trattamento, il geometro (per indicare un geometra uomo) o il Papo (per il nostro Papa Francesco). Ho letto in Internet che l’Accademia della Crusca ha ribadito con un tweet ripreso anche da Boldrini che “presidenta” è «una bufala giornalistica mai avallata né dal presidente della Camera…». Certo è che, mancando una regola grammaticale cui rifarsi, ognuno può regolarsi come crede. Io rimango ancorato al passato aulico del nostro idioma e rifiuto neologismi cacofonici.


 

E’ la società che cambia le parole, non viceversa

Non cestino mai le lettere. Talvolta fatichiamo, è vero, a metterle tutte (ci vorrebbero ancor più pagine), ma se privilegiamo una lettera rispetto ad un’altra, le assicuro che tendiamo quasi sempre a pubblicare quella che ci critica e non quella che ci elogia. Le confesso fra l’altro che di solito chi condivide o apprezza ciò che scriviamo e in particolare ciò che scrivo rispondendo ai lettori, tende a non scrivere (se non brevi messaggi che non pubblichiamo), mentre chi si lamenta - non solo con noi; anche col mondo intero - ha la penna quasi sempre in mano. Ma veniamo alle sue parole. Anche se lei, divertendosi, storpia di proposito parole non storpiabili, penso che abbia ben capito di cosa si stia parlando: non di parole che finiscono con la “a”, ma di cultura, di modi di pensare e di agire. Legittimamente, lei ritiene che le parole non cambino la società, ma che semmai sia vero il contrario. In realtà le due cose viaggiano insieme, com’è normale. Ed è proprio per questo che non possiamo ancorarci al passato, alla nostalgia, alle abitudini, perché proprio le abitudini hanno prodotto certi atteggiamenti - e parlo in questo caso soprattutto di atteggiamenti violenti - che vanno combattuti prima di tutto con un grande sforzo collettivo di natura culturale. E se un neologismo ai suoi occhi e alle sue orecchie sgradevole, dovesse aiutare anche un solo bimbo a non sentirsi, da adulto, superiore a una bimba, allora chi l’avrà lanciato avrà il merito d’aver cambiato il mondo. Non con le leggi o, peggio, con la forza. Con semplici parole. Anche perché il passato aulico di cui lei parla è anche una abitudine dura a morire, se ci pensa. E fatichiamo tutti a cambiare abitudini. Di qui la necessità di uno sforzo. Mi lasci dire infine che certe trasmissioni volgari io proprio le evito. Le ascolto o le guardo una volta per conoscere bene un determinato fenomeno (detesto infatti chi commenta e giudica senza sapere), ma poi mi rifugio in ben altri canali.

lettere@ladige.it

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