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Referendum, la montagna teme

di perdere rappresentanza

A Belluno i "sì" fermi al 56%

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Il via libera popolare al taglio dai parlamentari si ridimensiona nelle urne della provincia dolomitica di Belluno: qui i voti per il sì non superano il 56,15% e scendono al 52,6% nel dato della sola città capoluogo.

Dalle urne, così distanti dal dato medio nazionale, arriva dunque quello che appare come un grido d'allarme, peraltro risuonato forte e chiaro negli ultimi mesi, sul rischio concreto che in territori periferici di montagna perdano, già debolmente presenti nei processi decisionali, perdano altro peso specifico, con la probabile riduzione della loro pattuglia parlamentare e l'assenza di correttivi per riequilibrare il potere disponibile localmente per i cittadini.

Una consapevolezza nell'opinione pubblica locale che peraltro non trova analogie nei risultati referendari in altre zone montane, dalla Lombardia al Piemonte, allo stesso Alto Adige e giù lungo gli Appennini, dove invece i sì al taglio dei parlamentari hanno ottenuto successi robusti.

Dunque, accanto all'inascoltata richiesta ultradecennale di ottenere una forma di autonomia istituzionale (legislativa e amministrativa), i bellunesi ora vivono la frustrazione di assistere dalla prossima legislatura alla perdita di voce nella lontana Roma, dopo averne persa anche nella più vicina ma politicamente molto distante Venezia. Quest'ultima ha legiferato sei anni fa prevedendo di trasferire una serie di competenze amministrative di rilievo alla Provincia di Belluno, disegnando così una sorta di mini autonomia chiamata "specificità", ma quel processo, per quanto previsto dalla norma regionale, avanza a rilento, evidentemente non è molto gradito in laguna.

Sullo sfondo ci sono i due referendum sull'autonomia: quello voluto e vinto dal presidente veneto Luca Zaia e quello voluto e stravinto dai bellunesi per un'autonomia speciale della provincia di montagna nel quadro dell'autonomia veneta.

Questo processo di riforma, però, come noto, resta altamente incerto, osteggiato da molte aree politiche.

E nel frattempo nel Bellunese continua lo spopolamento della vallate più settentrionali, al confine con Alto Adige e Austria, specie quelle dove anche il turismo è poco presente. Se ne vanno giovani e menno giovani, in cerca di lavoro nei centri principali della provincia, come il capoluogo e Feltre, nella Valbelluna. Ma molti lasciano proprio il territorio oppure non ci tornano dopo aver completato gli studi universitari: il calo demografico avanza inesorabile da anni.

Di là dagli interventi a spot, dalle Olimpiadi 2026 ai fondi per la ricostruzione dopo la devastante tempesta Vaia, da Venezia e da Roma non arriva nessuna indicazione di voler risolvere strutturalmente la questione mediante forme concrete di federalismo e di autonomia su scala provinciale.

Cioè non trova ancora risposta l'esigenza stringente di queste comunità alpine di poter decidere localmente politiche più adatte ai delicati e complessi territori montani, meno popolosi e più costosi da gestire.

Invece le politiche cui adeguarsi, che siano votate a Roma o a Venezia, sono quelle nate e pensate per le zone di pianura o metropolitane. Il grido che viene dalle urne referendarie bellunesi, con quell'emblematico 56% di sì, sembra sottolinearlo per l'ennesima volta.

Se e come queste comunità otterranno l'attenzione del legislatore sarà da vedere, tuttavia la questione resta più aperta che mai e il comportamento dell'elettorato bellunese lo ha dimostrato chiaramente: è urgente porre al centro il tema del potere locale, della necessità di una sua redistribuzione a favore delle aree periferiche e in particolare della montagna, di un ripensamento del ruolo di Regioni e Stato centrale al cospetto di aree vaste istituzionalmente più coerenti ma svuotate di potestà e mortificate da provvedimenti come la recente riforma Delrio che ha ridotto ai minimi termini le Province ordinarie, cancellandone l'elezione diretta.

Un altro colpo alla rappresentanza cui ora si aggiunge quello del referendum: questo sembra voler sottolineare la quota rimarchevole di elettori bellunesi che ha detto no alla riduzione dei parlamentari.

[nella foto, scorcio dalla Valbelluna con la città di Belluno, visto dal Col Faverghera]

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