Cultura trentina, roba da vecchi

I posti di comando della cultura trentina - musei, festival, associaizoni - sono tutti monopolizzati dalla generazione dei nati negli anni Cinquanta. I giovani non trovano posto e chi è al comando si trova lì da 20 o 30 anni, inamovibile. Ecco perché il sistema culturale trentino è "pesante".

«Far incontrare cultura e impresa» è una bella frase. L’ho ritrovata in prima pagina sull’Adige venerdì scorso, a firma delle due assessore comunali alla cultura di Trento e Rovereto, Lucia Maestri e Luisa Filippi. Siccome questa formuletta la sento ripetere da almeno vent’anni (e comunque nessuno mi ha mai saputo spiegare come si fa), ho letto l’articolo con attenzione per vedere quale originale formula avessero trovato le nostre amministratrici targate Pd.

Ho scorso con attenzione l’intervento, ma non vi ho trovato nessuna formula magica: si scrive che in altri Paesi la sponsorizzazione delle imprese è premiata con incentivi fiscali (in parte è così anche da noi, e se non lo è fino in fondo dobbiamo ringraziare anche il partito delle due assessore, che nei suoi non pochi anni al governo non ha fatto nulla per cambiare la disciplina fiscale della cultura). Poi si scrive che «il mondo del “fare” e il mondo dei “saperi” debbono trovare una sintesi», e anche qui, però, dato l’enunciato non si trova la formula per applicarlo.

Ma soprattutto Maestri e Filippi parlano di «favorire la nascita di nuove figure professionali legate alla cultura». E qui mi sono cascate le braccia.

In Trentino i giovani che vorrebbero e potrebbero occuparsi di cultura sono stritolati sotto un blocco di cemento armato. E questo «cappotto di calcestruzzo» che li tiene a fondo è formato dalla mia generazione.

In questi giorni - ad esempio - si apre il nuovo museo delle scienze Muse, costato circa 70 milioni di euro (e vedremo quanto costerà tenerlo aperto). Il Muse è diretto da Michele Lanzinger, ottima persona e grande professionista. Ma il problema (dal mio punto di vista) è che Lanzinger è a capo del Museo di Scienze da più di 20 anni.

Il museo che fa più visitatori in Trentino è il Castello del Buonconsiglio. Lo dirige con grandissima competenza e capacità Franco Marzatico, coscritto di Lanzinger e mio, anche lui sempiterno direttore da 20 e passa anni.

Se per caso Gabriella Belli non se ne andava a Venezia di sua spontanea volontà, potevamo annoverare nella Trimurti museale una direttrice che è rimasta al suo posto per 28 anni di fila. Un record.

Filippi e Maestri, che hanno studiato, dovrebbero sapere che alla Tate Modern il direttore cambia tassativamente ogni cinque anni (e solo eccezionalmente viene riconfermato per un incarico bis). Cambiano i Soprintendenti della Scala, cambiano i direttori del Macro, cambiano persino i massimi direttori del Louvre e del Moma di New York.

Non cambiano mai, invece, in Trentino i protagonisti dell’impresa culturale - pubblica o semi-privata che sia - e così soffocano il vivaio di giovani.

La stessa cosa accade con Oriente Occidente di Rovereto, fondato ed eternamente diretto dalla premiata coppia Paolo Manfrini e Lanfranco Cis. Trenta e più anni hanno fatto crescere il festival a livello mondiale, ma a capo di tutto ci sono due sessantenni che non mollano l’osso. A loro auguro di continuare fino ai 99 anni. Ma intendono andare avanti per sempre?

Altro esempio: in questi giorni è in corso il festival Drodesera alla Centrale di Fies: bellissimo, avanzatissimo, spettacolare; è fondato e diretto da 33 anni da Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna, che recentemente hanno passato un po’ la mano alla loro figlia Virginia. Auguro anche a Dino e Barbara di campare fino a 99 anni, ma se dopo 30 anni di lavoro uno può legittimamente pensare alla pensione, perché dopo 33 anni di festival loro sono ancora in plancia di comando?

Vogliamo fare altri esempi? Ce ne sono a bizzeffe. Dall’ottima e longeva Mietta Sighele di MusicaRivaFestival (lunga vita a lei e alla rassegna) al lunghissimo incontrastato regno di Franco Oss Noser al Centro Santa Chiara (ma ora è terminato, come sappiamo). La «generazione dei bibliotecari» e degli archeologi degli anni ’70 continua a tenere in mano il «potere» della cultura trentina.

Maestri e Filippi dovrebbero chiedersi perché i giovani e giovanissimi non hanno mai trovato spazio, o siano relegati a comparse e manovalanza. Ci sono decine e decine di bravissimi quarantenni trentini che hanno talento e capacità, ma nessuno di loro è riuscito a sfondare qui. Per non parlare di quelli che adesso hanno fra i 20 e i 30 anni. Non solo hanno davanti gli inamovibili sessantenni, ma anche un paio di altre generazioni eternamente in parcheggio.

Non si offendano le persone che ho citato: il mio non è un attacco personale, ma una riflessione. Perché il più grave problema del sistema culturale trentino oggi non è il calo di risorse (che secondo me è per certi versi anche salutare), ma l’intoccabile permanenza dei culi di pietra che rendono l’intero apparato pesante, di una pesantezza che - anche quando avevamo i milioni di euro in tasca - non ci ha mai fatto uscire dai nostri angusti confini provinciali. Il fatto è che si è preferito per tantissimi anni evitare le novità: meglio un direttore «fidato» che rischiare un salto nel buio. In fondo, è stata questa l’essenza del dellaismo, anche in ambito culturale.

Un cenno, una frase, un rigo appena nella riflessione delle due assessore non avrebbe stonato. E neanche un giudizio sugli anni di assessorato alla cultura provinciale dell’«alleato» Franco Panizza del Patt. Ma forse la riflessione delle due assessore targate Pd era solo il via della loro campagna elettorale per le provinciali.

Un consiglio, se volessero candidarsi alla poltrona che fu di Panizza: comincino a parlare di cose concrete, non di Charles Landry per far vedere che hanno studiato.

l.zoppello@ladige.it - twitter @zoppelloladige

comments powered by Disqus