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Viva la solidarietà tra vicini di casa

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La nuova aggregazione è fra un balcone e l’altro: da quando è diventato impossibile frequentare gli amici (salvo gli sfoghi in videochiamata), si sono intensificati i contatti coi vicini. Rispettiamo le distanze ma abbiamo bisogno di parlare con un viso vero, senza paura che cada la linea o che si blocchi l’audio.

Siamo connessi al mondo con computer e tablet, eppure torniamo alla socialità da cortile di cui si ricordano gli anziani. In un romanzo catastrofico accadrebbe lo stesso. Luciano, inequivocabilmente terzo figlio, ha una naturale propensione per la folla. Quando esce in giardino, o mi accompagna nella quotidiana gita rigenerante ai cassonetti, la gente si affaccia a salutarlo. La prima è la signora della schiera di fronte; casa sua dev’essere pulitissima, perché lei è spesso affacciata a sbattere tappeti e lenzuola; questo da tempi non sospetti, ovvero ben prima che il Coronavirus ci rendesse tutti smaniosi di lustrare. «Come stai, Luciano?» grida la signora dal balcone. «Bene, grazie!» risponde impettito lui, continuando a spingere la carriola. Poi la signora si rivolge a me: «Ha visto che i fiori stanno sbocciando?». No, non ci avevo fatto caso. Giro lo sguardo e mi rendo conto improvvisamente che è così: alle piante non importa della pandemia.

«Cosa dice, signora, ne usciremo?». Ne usciremo, certo.
In questi giorni arrivano i primi dati confortanti. Siamo ancora lontani dalla fine, le persone continuano a morire, ma si vede qualche effetto della reclusione generale. Forse hanno un senso gli arcobaleni appesi alle finestre, anche in una giornata di pioggia come questa. Due case più in là abita una famiglia con tre ragazzi grandi. Tempo fa, dopo aver riordinato la cantina, la signora ci ha regalato tre macchinine ancora imballate, che i suoi figli non avevano mai usato. Il marito mi chiama dalla finestra: «Ho saputo che Luciano ha fatto saltare la luce cercando di riempire una pistola ad acqua - urla stando a debita distanza - la prossima volta ricordati che si può attivare la corrente anche sui singoli piani, lasciandone isolato uno soltanto». Passa in lontananza la camionetta dei vigili del fuoco, che invita a gran voce a rimanere in casa. Il messaggio sembra superfluo: nessuno trasgredisce da settimane. L’altoparlante transita su strade deserte, ma ogni volta il vicinato si affaccia, siamo tutti qui e ci parliamo.

«Sto approfittando della quarantena per fare tanti lavoretti a cui prima non potevo dedicarmi» commenta un ragazzo ad alta voce, dal suo portico. Io invece mi rivolgo al vicino sull’altro lato, che ha un neonato di pochi mesi. Urlo da un balcone all’altro: «Mi fa compagnia sentire il pianto del vostro bambino ogni sera». È vero: spesso, la sera, mi fermo per ascoltare: per fortuna i neonati piangono sempre allo stesso modo. Un altro vicino ha regalato a Caterina le protezioni in plastica per gomiti e ginocchia: l’altro giorno andava in skateboard, trainata da Silvia in bici, ma indossava solo il casco. «Mettile - le ha detto - a me non servono più». Ci voleva la quarantena per farci ritrovare la solidarietà tra vicini di casa.

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