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Il Papa: «No alle armi nucleari»

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«È immorale non solo l’uso di armamenti atomici, ma anche il loro stesso possesso».
È il grido che papa Francesco ha lanciato ieri ad Hiroshima, la prima città al mondo ad essere devastata da una bomba nucleare, il 6 agosto del 1945.

Visitata dal 19 al 23 novembre la Thailandia - dove aveva sottolineato l’importanza del dialogo tra Cristianesimo e Buddhismo, la religione predominante in quel paese - sabato il papa era atterrato a Tokyo e, ieri, ha raggiunto Hiroshima e Nagasaki (questa bombardata dall’aviazione statunitense, con armi atomiche, tre giorni dopo l’altra città giapponese).

Di fronte al memoriale della pace di Hiroshima, Bergoglio ha detto: «Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio. Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte. Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più». Quel giorno fatale, l’onda d’urto della deflagrazione nucleare uccise all’istante settantamila persone, e altrettante, dopo orribili sofferenze, morirono poi.

Negli anni Ottanta del secolo scorso, Giovanni Paolo II considerava morale la “deterrenza”, cioè il possesso, da parte di un Paese, di armamenti atomici per rispondere, eventualmente, all’attacco di un altro Paese anch’esso dotato di quelle armi. Invece il Consiglio ecumenico delle Chiese - organismo che raccoglie più di trecento Chiese, la cattolica esclusa, sebbene con esso collabori in vari campo - riteneva “immorale” anche la deterrenza. Ed è quello che ieri anche Francesco ha sostenuto. Ma chissà come gli risponderanno i nove paesi (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Pakistan, India, Corea del Nord ed Israele) che possiedono - specialmente i primi tre - armi nucleari.

A Nagasaki,­ distante circa 250 km dall’altra città, oltre a raccogliersi in preghiera nel punto esatto dell’epicentro della bomba del 9 agosto 1945, il papa ha ricordato che era stato il gesuita Francisco Xavier a portare in Giappone, nel 1549, la fede cristiana. Da quel seme iniziale nacque una piccola comunità di fedeli, e anche un primo gruppo di gesuiti cui, cinquant’anni dopo, aderirà Paolo Miki. Ma quando lo shogun (generale dell’esercito) Hideyoshi inizierà a perseguitare i cristiani, ordinando l’espulsione di tutti i sacerdoti stranieri, Miki, con alcuni fedeli, sarà arrestato ad Osaka: tutti furono costretti a raggiungere a piedi, d’inverno, Nagasaki - distante ottocento chilometri - e là furono torturati e crocifissi.

I pochi cristiani rimasti vivi si organizzeranno, soprattutto attorno a questa città, e terranno vive per tre secoli le loro comunità (“nascoste”: se scoperte sarebbero state severamente castigate). Solo a metà Ottocento il Giappone si riaprirà a missionari stranieri. Bergoglio - che domani torna a Roma - ha incoraggiato la tuttora piccola comunità cattolica del Paese (lo 0,3% su 126 milioni di abitanti) a mantenere viva la fede dei martiri.

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