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Il papa e la Cina, ardua intesa

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La questione della Cina è una delle più spinose che incombano su questo pontificato, anche perché sulle eventuali “responsabilità” di Pechino sul Coronavirus vi sono disparità di vedute tra il Vaticano ed autorevoli esponenti dell’episcopato asiatico.


Ricorrendo la festa della Madonna, Aiuto dei cristiani e Patrona della Cina, ieri al Regina coeli Francesco ha affidato a lei «i pastori e i fedeli della Chiesa cattolica in quel grande Paese, perché siano forti nella fede e saldi nell’unione fraterna, gioiosi testimoni e promotori di carità e di speranza e buoni cittadini».
Dopo che, nel 1949, Mao Zedong prende il potere nella Repubblica popolare cinese, per la piccola minoranza cattolica la vita diventa sempre più difficile; i fedeli, emarginati, si dividono in due comunità, non nettamente distinte: la Chiesa patriottica, e quella catacombale. La prima, controllata dal regime, e costretta a tagliare ogni legame canonico con la Santa Sede, inizia a scegliersi i propri vescovi, senza il “sì” papale; l’altra, pur perseguitata, cerca di mantenere la comunione con Roma.

Per decenni il Vaticano ha provato, invano, a trovare un’intesa con il governo cinese. Finalmente, nel 2018 Bergoglio è riuscito a stipulare un “Accordo provvisorio”: i vescovi saranno scelti con una procedura che tiene conto del parere statale ma, infine, la parola decisiva spetterà al papa. I cattolici cinesi (circa dieci milioni: la metà “patriottici” e l’altra metà “catacombali”) hanno bene accolto, per lo più, l’Accordo di due anni fa; altri hanno accusato il pontefice di “cedimento ai comunisti”. Davvero aspro nelle sue critiche a Francesco è stato il vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Zen Ze-kiun (classe 1932).

All’intricato problema “religioso” se ne è aggiunto, poi, uno “politico”: mentre, infatti, il regime cinese sostiene che il Coronavirus è nato e si è diffuso casualmente, il capo della Casa bianca, Donald Trump, addossa alle autorità di Pechino grandi responsabilità per il fatale Covid-19. Mai organi vaticani hanno sostenuto le tesi dei “complottisti”; lo ha fatto, però, il cardinale birmano Charles Maung Bo (classe 1948), che in aprile ha dichiarato: «La Cina è un paese di grande e antica civiltà; ma l’attuale regime è responsabile, con la sua criminale negligenza e l’uso della repressione, per la diffusione della pandemia nelle nostre strade».

Il porporato - presidente delle Conferenze episcopali dell’Asia - ha anche accusato le autorità cinesi di aver lanciato «una campagna che ha portato alla distruzione di migliaia di chiese e croci… E Hong Kong ha visto erodersi le libertà e i diritti umani». Velatamente, Bo critica il silenzio del papa sulle, secondo lui, responsabilità di Pechino.  
La questione cinese sarà di certo all’esame del futuro conclave, quando sarà; l’uscita del prelato birmano anticipa un dibattito non facile, e oggi vivo solo sotto traccia.

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