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I nostri viaggi solo immaginari

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Siamo nati per viaggiare, per andare. Gli uomini non sono piante, noi non abbiamo radici. Premessa imbarazzante, di questi tempi. Però impossibilitati a farlo, per cento ragioni e non soltanto quella legata a un’epidemia, abbiamo sempre vagabondato con la fantasia.

Andare e non partire. O partire e non andare. Insomma, si è sempre viaggiato anche senza muoversi, oggi si direbbe virtualmente. C’è un sacco di letteratura sull’argomento. Antropologia fantastica, itinerari immaginari, utopie. Finti reportage. Cyberturismo. Beninteso anche il cinema ci ha regalato trovate stupefacenti, come quella dell’agenzia di viaggio Recall, che innestava un chip di memoria contenente i ricordi di una vacanza, mai realmente vissuta, nel cervello dei clienti (il film originale è Total Recall, 1990, migliore del più recente remake).

Tra le molte intenzioni ironiche, truffaldine o didascaliche, trovo interessante soprattutto la motivazione, chiamiamola così, della burla. Una formula antica, a partire da Luciano di Samosata, scrittore greco di origine siriana, nato nel 120 dopo Cristo, autore di un’opera autobiografica intitolata Storia Vera. La Storia vera di Luciano è totalmente falsa, naturalmente. Si tratta di un racconto di viaggio compiuto al di là delle Colonne d’Ercole (i due promontori rocciosi che danno forma allo Stretto di Gibilterra) che nella letteratura classica occidentale indicavano il limite estremo del mondo conosciuto.

“Oltre”, secondo Luciano, si trovano paesi costruiti con il ghiaccio e montagne fatte di formaggio. Qui vive lo strano popolo dei Seleniti, tra i quali non sono le donne a partorire, ma gli uomini, e i bebè non nascono dal ventre ma dai loro polpacci. Non mancano fiumi di vino e steli di frumento giganteschi in cima ai quali anziché maturare spighe, crescono pagnotte di pane bell’e fatte. Meraviglie che fanno pensare ai vari Paesi di Cuccagna medievali, al paese di Bengodi di Boccaccio e alle varie narrazioni popolari sul mondo alla rovescia. La Cuccagna, per chi non lo ricordasse o se la fosse malauguratamente persa, è quel posto dove regna l’abbondanza, i gioielli crescono sui rami degli alberi  e “più si dorme più si guadagna”.

Una famosa burla è quella dei viaggi del barone di Münchhausen di Rudolf Erich Raspe (uno scrittore tedesco fuggito in Inghilterra perché indebitato fino al collo). Detto per inciso, queste avventure circolavano come storielle popolari secoli prima dell’edizione inglese pubblicata da Raspe nel 1785. A un certo punto questo barone racconta di un viaggio, decisamente veloce, fatto a cavallo di una palla di cannone. E per dirne un’altra di quella volta che avendo colpito un cervo con una scarica di nòccioli di ciliegie, lo ritrovò due anni dopo con un rigoglioso ciliegio piantato fra le corna.

E arriviamo ai Gulliver’s Travels di Jonathan Swift (pronunciato Galliver dagli anglofoni, con la u per noi italiani): scorribande occasionali e come vedremo pretestuose, in diversi paesi lontani. Approdato su un’isola sconosciuta dopo il naufragio - un classico! - il protagonista Lemuel Gulliver incontra uomini alti 15 centimetri, cioè i famosi lillipuziani. E poi gente bizzarra che estrae raggi di sole dai cetrioli, e ammorbidisce il marmo per farne cuscini. Non a caso il libro fu pubblicato pochi anni dopo lo straordinario successo del Robinson Crusoe di Daniel Defoe, siamo sempre nel Settecento, ed è una vera e propria parodia dei resoconti di viaggio avventurosi che in quel periodo affascinavano il grande pubblico.

Jonathan Swift è tutt’altro che un fanfarone, al contrario, il suo intento risulta abbastanza chiaro, perché sbeffeggia l’assurdità delle convenzioni sociali, i vizi e i comportamenti dei suoi contemporanei. Lo fece anche Montesquieu nelle sue finte Lettere persiane. Lo fece il filosofo illuminista Voltaire nel Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, in cui afferma provocatoriamente che i “selvaggi” irochesi e ottentotti sono infinitamente superiori e più liberi dei selvaggi europei... che per lui erano i nostri contadini.

Nei libri di viaggi immaginari le fake news abbondano e l’etnografia va su per il camino. Come si fa? È il loro bello, bisogna fidarsi. Cioè affidarsi alla lettura con una disposizione d’animo tra l’incanto e il disincanto. Più o meno la stessa disposizione d’animo raccomandata anche per la lettura della cronaca quotidiana.

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