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Mauro Rostagno
Un eroe civile

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Ricorre oggi il 32° anniversario della morte di Mauro Rostagno. Rostagno era nato il 6 marzo 1942 a Torino ed è morto, ucciso per mano mafiosa, il 26 settembre 1988 a Lenzi di Valderice (Trapani). Il 15 maggio 2014 la Corte d'Assise di Trapani ha condannato all'ergastolo il mandante e l'esecutore mafiosi del suo omicidio.

Nel successivo processo d'Appello è stata confermata solo la sentenza di condanna nei confronti del mandante.

A Torino Mauro Rostagno fin da giovanissimo aveva avuto rapporti con Raniero Panzieri e con la sua rivista "Quaderni Rossi", di matrice socialista e ispirata ad un marxismo critico, estraneo a qualunque dogmatismo ideologico. Dopo alcune esperienze di lavoro all'estero, nell'anno accademico 1963-64 si è iscritto al corso di laurea in Sociologia della appena nata Università di Trento (all'epoca Istituto superiore di scienze sociali). 

Nel 1966 si impegnò con il nascente Movimento studentesco di Sociologia per ottenere il riconoscimento legislativo in Parlamento del corso di laurea, fino allora privo di qualunque legittimazione giuridica. 

Nel corso del triennio 1967-68-69 Mauro Rostagno diviene il più riconosciuto leader del Movimento studentesco anti-autoritario trentino, conosciuto anche a livello nazionale ed europeo. Con la nuova direzione di Francesco Alberoni, dall'autunno 1968, diventa uno dei principali interlocutori dell'esperienza della"Università critica", l'esperimento più avanzato a livello italiano ed europeo di riforma universitaria, quale risposta alle istanze di rinnovamento proposte dal Movimento studentesco. In particolare nel biennio 1968-69 Rostagno diventa anche il principale interlocutore del rapporto col Movimento sindacale e operaio trentino, guidato dai sindacalisti Giuseppe Mattei, Sandro Schmid e Livio Del Buono (Cisl-Cgil-Uil), in contatto anche con i leader sindacali nazionali Bruno Trentin e Luigi Macario.

Mauro Rostagno in quegli anni - e anche dopo, lungo la prima metà degli anni '70 - è stato un autentico leader antiautoritario, non solo nella critica pratica alle degenerazioni istituzionali, ma anche nel rifiuto del dogmatismo marxista-leninista e della burocratizzazione della politica, pure di quella che si pretendeva rivoluzionaria. Fu un leader imbevuto di marxismo critico, ma anche di controcultura americana e di critica spietata dei totalitarismi del socialismo reale. Era un leader carismatico e "movimentista" quasi per natura: dovunque operasse - dalla sua Torino a Trento, da Trento a Milano, da Milano a quella Sicilia (prima a Palermo negli anni '70 e poi a Trapani negli anni '80), che divenne infine la sua terra di elezione - egli sapeva suscitare iniziative ed emozioni, conflitti e contraddizioni, esperienze e trasformazioni.
Dopo essersi laureato a pieni voti (110 e lode) in Sociologia, si trasferisce prima a Milano e quindi a Palermo, come esponente della sinistra extra-parlamentare ma anche come ricercatore nell'Università siciliana, avendo inoltre rapporti col cardinale Pappalardo di Palermo. Terminata alla fine del 1976 la vicenda politica di "Lotta continua", ritorna a Milano, dove dà vita all'esperienza del locale alternativo "Macondo". Successivamente si trasferisce con la famiglia (la compagna Chicca Roveri e la figlia Maddalena) in India, a Poona, dove aderisce al movimento "arancione".

Rientrato in Italia all'inizio degli anni '80, fonda (con Francesco Cardella e Chicca Roveri) in Sicilia, a Lenzi di Valderice (Trapani), la Comunità "Saman" per tossicodipendenti, rifuggendo da qualunque modello costrittivo e basandosi sulla responsabilizzazione individuale e comunitaria dei giovani che ne entravano a far parte. Negli ultimi anni della sua vita si dedica inoltre con sempre maggiore impegno all'attività giornalistica nella televisione locale Rtc, che lo fece diventare rapidamente una figura universalmente conosciuta e riconosciuta in quel territorio, denunciando nelle sue trasmissioni quotidiane la presenza della mafia e della criminalità organizzata, la corruzione politica, le infiltrazioni massoniche, il degrado ambientale. Ebbe occasione di conoscere e intervistare, tra i molti altri, lo scrittore Leonardo Sciascia e i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Fu questa sua attività di "giornalismo militante" - condotta a viso aperto e senza alcuna misura di sicurezza personale - a costargli la condanna a morte da parte della mafia trapanese, che lo uccise la sera del 26 settembre 1988, mentre rientrava, come tutti i giorni, dalla sede di Rtc alla Comunità "Saman".
In realtà Mauro Rostagno è morto davvero come un "eroe civile", prima ancora che politico: un eroe dell'antimafia militante e non rituale, un eroe della libera informazione e della coraggiosa controinformazione, un eroe di quella società civile, da cui sorgono nelle terre più difficili, come la Sicilia, figure eccezionali nella loro normalità come Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Libero Grassi, che si affiancano a quelle di magistrati e di appartenenti ai corpi di polizia dello Stato, che hanno sacrificato la loro vita per un ideale e un servizio di giustizia e libertà.

È questo straordinario amore per la vita, per la libertà e per la giustizia che segna il percorso di Mauro Rostagno attraverso le molte tappe della sua vita. La critica dell'ideologia, il rifiuto del totalitarismo palingenetico, la trasgressione programmata e libertaria, la lotta per la verità a tutti i costi - appunto l'amore per la vita in tutte le sue forme - fecero di lui sia un autentico "ribelle" nella sua giovinezza, sia anche un instancabile operatore sociale e culturale nella fase successiva e infine il protagonista, di un giornalismo libero e spregiudicato, capace di rompere i muri dell'omertà istituzionale, di smascherare le connivenze mafiose, di denunciare le vergogne sociali, di riscattare ad alta voce il silenzio dei poveri, dei diseredati e degli oppressi.

Marco Boato
Ex parlamentare

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