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I lupi non sono benvenuti in Trentino

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Leggo sull'Adige del 6 Novembre, alla pagina delle Giudicarie-Rendena, un saluto di benvenuto ad una coppia stabile di lupi nel Parco Adamello-Brenta. La notizia viene data con enfasi da Andrea Mustoni, zoologo del Parco e promotore dell'operazione orso.

Il tutto sembra richiamare espressioni proprie di altri contesti come: «Nuntio vobis gaudium magnum: habemus lupum».
Non so se per i resistenti allevatori e pastori delle valli - Rendena, Sole, Non - la notizia possa giustificare una festa collettiva evocatrice di ben altre "feste" quali potrebbero essere gli attacchi al bestiame pascolante. Ancora una volta siamo lontani da una visione realistica dell'ambiente, condizionati da un naturalismo teorico tanto valido e apprezzabile per contesti selvaggi quanto inopportuno per ambienti addomesticati come le nostre Alpi. Viene sempre richiamata la non pericolosità per l'uomo in quanto, nell'immaginario collettivo rappresentato dalla favola di Cappuccetto Rosso, fa maggiore effetto sull'opinione pubblica fornire certezze circa l'innocuità per le persone che non fare riferimento ai danni provocati ai pochi e inascoltati allevatori e pastori delle nostre montagne. Siamo alle solite!
Le politiche della montagna vengono decise da chi in montagna va a fare il turista o il naturalista in cerca di emozioni ma non da chi ci vive e lavora. Indubbiamente, in riferimento all'incolumità dell'uomo, la presenza del lupo non è un problema se si escludono alcuni episodi registrati in un lontano passato. Il vero problema è la convivenza con chi lavora nell'allevamento e nella pastorizia. È arcinoto il ritornello secondo il quale basta fare uso di recinti e di strumenti di custodia come i cani da guardianìa per mettersi al riparo dai danni, oltre che chiedere i risarcimenti previsti dalle normative, burocrazie pubbliche permettendo.

Ma la pratica è molto lontana dalla teoria, soprattutto quando la pratica viene dedotta dalla teoria e non viceversa. Si tratta di un'importante questione epistemologica che mi appassiona da sempre. Tuttavia vi rinuncio in quanto non è questa la sede per digressioni di natura scientifico-filosofica. I rimedi che vengono proposti sono spesso peggiori dei mali. Ad esempio, i cani maremmani usati in Italia o quelli pirenaici impiegati in Francia, hanno sovente creato problemi ai passanti, escursionisti e turisti, costretti ad aggirare i sentieri e talvolta violentemente aggrediti dai cani come accaduto su alcune alte vie delle Alpi francesi fra le montagne di Barcellonette e di Briançon. Perciò, lungo i sentieri, sono stati posti cartelli che invitano i passanti a fermarsi e tornare indietro appena sentono abbaiare il cane.
A questo proposito l'annuncio del rappresentante del Parco Adamello-Brenta, territorio che - da «rendenero» d'adozione - ben conosco, mi ricorda un annuncio trionfalistico del tutto simile. Nell'anno 1990 mi trovavo a salire sulla tortuosa strada che conduce al Colle di Turini, porta del Parco Nazionale del Mercantour nelle Alpi Marittime francesi. Come mi è accaduto tante volte in ragione dei miei studi etnografici sulle popolazioni alpine ed ai ruoli ricoperti nell'ambito della Convenzione delle Alpi, la mia attenzione venne catturata da striscioni disposti lungo quella strada, nota al grande pubblico per il passaggio del rally di Montecarlo.

Sugli striscioni, in stile "corsa ciclistica o automobilistica", era scritto a caratteri cubitali: «Benvenuto ai lupi!». Conoscendo le Alpi francesi e la diffusa pratica di transumanza ovina che coinvolge «troupeaux» di parecchie migliaia di pecore, ho subito pensato agli effetti che ne sarebbero derivati. Ma vi è un altro aspetto, meno appariscente, che si riferisce invece alle ricadute riguardo all'impoverimento del paesaggio. Che cosa c'entrerà mai il paesaggio con la presenza di branchi attivi di lupi, verrebbe da pensare di primo acchito. Come sappiamo il paesaggio alpino è, anzitutto, un paesaggio culturale che le comunità rurali hanno plasmato nel corso dei secoli nel rispetto di regole di cui gli Statuti medievali rendono ancora testimonianza. In un mio precedente articolo sull'argomento avevo riportato la dichiarazione del massimo studioso di alpicoltura e zootecnia alpina, il professor Andrea Cavallero dell'Università di Torino, secondo il quale la presenza di branchi di lupi avrebbe portato all'abbandono progressivo delle malghe e ad un degradante re-inselvatichimento. La qualità paesaggistica della montagna alpina a rischio depauperamento e la sua progressiva "appenninizzazione" in termini di abbandono è, in sintesi, il messaggio accorato del celebre studioso.

Su questi temi sarebbe opportuno un sereno contraddittorio che mettesse in luce i pro e i contro della delicata questione evitando "pensieri ad una dimensione". L'abbandono ipotetico degli alpeggi pone anche il problema del ritorno alla montagna tante volte sbandierato quale antidoto allo spopolamento. Anche qui, per favore, usciamo dalle idealizzazioni e dalle petizioni di principio. Evitiamo le simulazioni astratte e confrontiamoci con la realtà ricordandoci che la scienza non è un dogma, anzi è il suo contrario! Anche in questi tempi di emergenza sanitaria si sentono argomentazioni di scienziati, o presunti tali, che esprimono tesi diametralmente opposte sulla base di pseudo-certezze anziché di legittime congetture. La scienza, ce lo ricordano i metodologi, è un sapere critico da verificare e sottoporre al «tribunale della ragione», teorica e pratica al tempo stesso.

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