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Quando Andreas Hofer venne venduto ai francesi

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Era finito l’Anno Nove, quel 1809 che da Innsbruck a Borghetto aveva visto la guerriglia partigiana degli Schützen guidati da Andreas Hofer, il generale Barbon, il condottiero della ribellione tirolese contro i francesi e i loro alleati bavaresi. Era arrivato il tempo della pace; dalla metà del dicembre del 1809 tutto il Tirolo era nelle mani dei francesi e Louis Baraguay d’Hilliers, governatore di quel territorio, doveva eseguire un ordine dettato da Napoleone: trovare Hofer, scomparso assieme a sua moglie e al figlio. Si sapeva solo che cessata la guerriglia e incalzato dagli avvenimenti che avevano segnato la fine della guerriglia partigiana, aveva detto che pensava a mettersi in salvo e si era dileguato.

Dalla fine del novembre 1809 tutto il territorio era stato occupato dai francesi che avevano soffocato la rivolta con feroci esecuzioni uccidendo i sospettati dopo averli portati sulla soglia delle loro abitazioni costringendo la moglie, i genitori, i figli, pareti, amici ad assistere alla fucilazione o allo scannamento con le baionette. Si racconta di una ambasceria mandata dal generale Baraguey all’Hofer con la promessa di grazia se avesse fatto atto di sottomissione e cessato ogni ostilità. Stando alla testimonianza di Gaetano Sweth di Graz, studente in filosofia a Salisburgo e indicato come il suo segretario, il ribelle avrebbe sottoscritto tale richiesta ma diffidando delle promesse del generale nemico aveva deciso di nascondersi in alta montagna nella convinzione che la neve avrebbe reso molto arduo un rastrellamento.

La sua sparizione, il luogo del suo rifugio, noto a pochi (e non del tutto amici) che clandestinamente provvedevano a rifornirgli il cibo, divennero un impenetrabile mistero. Per il nemico che cercava di catturarlo, per i tirolesi che volevano la sua salvezza, “all’universale curiosità sorpresa dalla scomparsa” del guerrigliero. Scrisse Girolamo Andreis il testimone di buona parte di quegli avvenimenti poi trascritti nella storia sul generale Barbon, che “lo si pensò in Austria o in Svizzera o in Ungheria”. Hofer aveva gettato le armi. Voleva rifugiarsi a Vienna ma le forti nevicate e la sorveglianza delle truppe franco bavaresi, non gli avevano permesso di raggiungere il territorio oltre Brennero.
Scrive l’Andreis: “Spenta la guerra dell’anno 1809, i figli suoi rassegnati reprimevano nel silenzio il sentimento della patria non più libera e si cercava di salvare l’Hofer dalla cattura. Quanti pagati dai francesi erano sulle tracce del ribelle, dicevano che si era rifugiato a Vienna per chiedere la protezione dell’imperatore Francesco, altri erano sicuri che si fosse nascosto in Svizzera ma i più avevano una convinzione: non aveva lasciato il Tirolo”. E avevano ragione. Prima di una forte nevicata che aveva reso quasi  impossibile muoversi in montagna, si era nascosto “in una zona impervia della val Passiria, in una baita che serviva per il fieno chiamata Kellerlahn, dove una piccola, montana spelonca a cinque ore [di cammino] da Sand, quasi sepolta dalla neve, era divenuta l’abituro del patriota. Hofer aiutato da Gaetano Sweth, turò con assi, muschio, fieno le fessure trasformando il fienile in un locale abitabile dove arrivò la moglie Anna Ladurner con il figlio Giovanni dopo aver rischiato di essere bloccati da una pattuglia di gendarmi francesi che li controllavano nella certezza che prima o poi Hofer avrebbe tentato di incontrare i suoi familiari”.

Solo Vild, Strobel, Laner, Illmer, Staffel da qualcuno chiamato Franz Raffel, sapevano il luogo del suo ritiro. Scrive l’ Andreis: “Di tanto in tanto, separatamente, percorrendo quei sentieri a loro ben noti e lungo i quali i francesi non si sarebbero mai avventurati temendo sia le valanghe che le imboscate, gli portavano cibo, tabacco, notizie sui movimenti dei soldati, forse accompagnando messi segreti provenienti da Vienna, uno dei quali venne inviato dall’imperatore Francesco a cui grandemente interessava [la sorte] di un uomo così sviscerato per la sua casata”, anche se sembra poco probabile l’interessamento di Vienna a tenere, in quei mesi ormai di pace, contatti con il guerrigliero braccato, quasi abbandonato dai suoi seguaci. Se a Vienna qualcuno avesse voluto salvargli la vita, avrebbe potuto accordarsi per via diplomatica con i francesi.

Appare anche poco probabile che i cinque a conoscenza del nascondiglio, gli proponessero di fuggire in Svizzera e di radersi la lunga, folta barba nera. Anche senza barba tutti lo avrebbero riconosciuto e poi Hofer aveva detto, con chiarezza, che non avrebbe mai abbandonato l’amato Tirolo.
Certamente aveva una incrollabile fiducia nella giustezza della causa che aveva guidato con tanto vigore, ma si era accorto che era stato abbandonato dai sui compagni di fede e di lotta, aveva capito che la potenza delle armate napoleoniche era insuperabile e tutte le testimonianze, sia pure frammentarie sugli ultimi giorni della sua vita, concordano sul coraggio, la dedizione al Tirolo, la fede nel Sacro Cuore, ma anche sulla fine dell’avventura militare. Era stato sconfitto, ma non vinto e, come ha scritto Roberto Sarzi un mantovano solido studioso della storia, in Zu Mantua in Banden, “Hofer possedeva in larga misura le qualità che possono fare di un uomo un eroe e il simbolo del proprio popolo”. Da ricordare che la ballata Zu Mantua scritta dal poeta tedesco Julius Mosen e messa in musica da Leopold Knebelberger divenne subito molto popolare e grazie a quella canzone “Mantova diventò una delle città italiane fra le più conosciute nei paesi di lingua tedesca”.

I soldati francesi lo cercavano perché catturandolo, avrebbero avuto encomi, promozioni, soprattutto denaro. La taglia di dieci o undicimila fiorini faceva gola a molti; è probabile che qualcuno, nel caldo e nella penombra delle osterie, si sia lasciato sfuggire qualche parola attorno al nascondiglio; è certo che nei primi giorni del gennaio del 1810 lo Staffel da taluno chiamato Raffel, uno dei cinque in contatto con Hofer, venne condotto a Bolzano e portato davanti al Governatore. E’ facile intuire la soggezione e lo spavento del montanaro di fronte alla massa dei soldati, alle uniformi degli ufficiali, alle minacce tutte terribili e, infine, al mucchio di denaro che si trovò davanti. Per averli in tasca bastava indicare il nascondiglio del ricercato. Probabilmente gli elencarono le sofferenze che avrebbe subito tacendo e i benefici che avrebbe ricevuto parlando. Il danaro era lì, sul tavolo, bene in vista. Lo poteva toccare e incassandolo avrebbe  avuto la garanzia di un lavoro come mastro birraio a Monaco, in Baviera. Andreis scrive che Raffel “fu minacciato orribilmente, e poscia [le minacce] coperte con grandiose promesse” che “causarono sull’avidissimo e pieghevole [animo] del delatore un forte spavento”. E così Staffel, alias Raffel, lo consegnò ai francesi che organizzarono la cattura nella notte fra il 27 e il 28 gennaio del 1810.

I disegni di fantasia ricostruiscono la scena. Raffel è ritratto piccolo, curvo, brutto in viso, le gambe storte, in piedi davanti ad un tavolo attorno al quale i francesi nelle loro sgargianti divise sembrano concretizzare le minacce e sul tavolo, in bella vista, c’è il premio: il mucchio di monete, i tragici Trenta Denari che, appena toccati, trasformeranno il delatore nel Giuda del Tirolo. Raffel intasca la taglia e fa da guida al nascondiglio dell’uomo che ha tradito. Si mette alla testa di un drappello, ma sarebbe meglio chiamarlo armata, di soldati del 44° Reggimento di linea rafforzato da 50 gendarmi e 70 cacciatori a cavallo guidati dal capitano Renouard mentre altri 2000 uomini venivano mobilitati per reprimere “qualsiasi moto a sollievo del tirolese comandante, mentre tutta la soldatesca veniva consegnata” nelle caserme pronta ad intervenire in caso di sommossa.


(1. Continua)

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