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Hofer, il processo

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Gli atti del processo, documento conservato al Ferdinandeum di Innsbruck, ci consegnano una descrizione dell’imputato: “Andrea Hofer, detto Barbon, dell’età di anni 44 circa, nato a Passeyere nel Tirolo, già oste, capo principale degli insorgenti tirolesi, di statura di 5 piedi e 8 pollici (la misure è quella francese dell’epoca, ancora in uso anche dopo l’introduzione del sistema metrico decimale, quindi 1 metro e 80, nda), di faccia ovale, rossiccia e bitorzoluta, d’occhi, capelli e sopraciglia neri e mento a lunga barba nera. Poi la descrizione dell’abito. “Usava vestire secondo la moda tradizionale degli abitanti della sua valle natale, la Passiria, con una sola variante rappresentata da una giacca di colore verde che usava portare sopra un camiciotto rosso e attorno alla vita una larga cintura di cuoio con ricamate le sue iniziali A.H.; indossava calzoni anche quelli di cuoio nero che arrivavano fino al ginocchio e in testa portava sempre un gran cappello nero a larga tesa sul quale era appuntata una immagine delle Madonna. Tutti i testimoni sono concordi nel dire che, anche dopo aver raggiunto l’apice della propria gloria, non smise mai di portare gli abiti tradizionali per vestire magari un’ uniforme – e quella era proprio l’epoca delle divise sgargianti e corazze luccicanti che saranno definitivamente seppellite nei primi giorni della Grande Guerra – che corrispondessero alla sua alta carica di governatore del Tirolo. Continuò anche allora a vivere secondo le sue semplici abitudini. Sobrio nel bere, restio ad assumere toni che contrastassero il suo stile schietto e modesto”.

Roberto Sarzi ci consegna anche la memoria di un mantovano – davvero è l’unica – che lo vide nel carcere della Torre del Vaso di Porto. Era il conte e senatore Giovanni Arrivabene. “Io passeggiavo nei primi giorni dell’anno 1810 fuori di Porta Molina e vidi una sedia a due ruote circondata da molti soldati. Sedeva in essa un grosso uomo legato. Questi era l’infelice Tirolese. Dalla lunga veste di colore oscuro simile a quella di un cappuccino, si sarebbe preso per tale se non avesse avuto sul capo un largo cappello”.

A difendere il prigioniero di fronte al tribunale militare francese – e sotto ogni bandiera la giustizia militare è sempre stata sommaria – venne chiamato poche ore prima dell’inizio del processo un giovane e brillante avvocato israelita, una delle celebrità del Foro mantovano di quell’epoca: Gioacchino Basevi che nel suo diario ha annotato gli avvenimenti sulla prigionia di Hofer scrive: “Fu con grande meraviglia che la mattina del 19 febbraio 1810 si trovò sul tavolo la nomina a difensore ex ufficio del patriota tirolese tanto più che non era un penalista ma si occupava abitualmente di affari civili. Ignoriamo i motivi di tale decisione”, cioè quella di scegliere un civilista piuttosto di un penalista. “Forse la fama del giovane avvocato era considerata garanzia sufficiente per assicurare, almeno formalmente di fronte all’opinione pubblica, l’imparzialità del giudizio” perché, come annota Basevi, “i francesi hanno molta cura delle forme”. Basevi viene convocato per lettera dal capitano Brulon e l’incontro avviene all’albergo “Posta” o “auberge de la poste”, probabilmente l’albergo “Posta”, il “Grande Albergo della Posta” che s’affacciava sull’attuale via Cavour, dove l’avvocato doveva prendere visione degli atti processuali ma quando si recò all’appuntamento, invece del capitano Brulon trovò un picchetto di soldati che lo scortò a Palazzo d’Arco dove era già riunito il Consiglio di Guerra. “Tutto era pronto per iniziare il processo fissato per le ore 3 del pomeriggio, con un numeroso apparato di guardie militari”. Nove giudici, tutti militari con il capitano Vanderer come interprete in quanto gli ufficiali parlavano solo francese.

Nel Palazzo d’Arco c’è una stanzetta attigua alla biblioteca, detta Papiers Peints, dove è esposto un quadro molto bello che raffigura il partigiano tirolese. E’ indicata come il luogo dove venne processato Hofer; ma quella stanza venne usata come camera di consiglio dove a dibattimento concluso, si ritirarono i giudici conferendo con quel ritiro per deliberare, una parvenza di meditazione ad una decisione già presa a Parigi, dettata da. Invece l’udienza si tenne nella stanza ben più ampia detta “degli antenati”; a presiedere il Consiglio di Guerra è il generale Pierre Francois Bisson, comandante della fortezza mantovana che il 13 aprile dell’anno prima,  ad Innsbruck, si era dovuto arrendere ai tirolesi guidati da Hofer. L’avvocato stava esaminando le tavole processuali quando l’imputato “venne introdotto in catene; il difensore ottenne che fosse sciolto dai ceppi e parlò con Hofer in italiano per tracciare le linee della difesa”.
Il dibattimento iniziò con la lettura da parte del cancelliere Isnard dei capi d’imputazione. “Brulon, in funzione di accusatore, contestò a Hofer il reato di alto tradimento, ribellione al legittimo sovrano e di aver mancato ripetutamente alla parola data di deporre le armi” e concluse la sua requisitoria con un “chiedo perciò che ai sensi dell’accusa venga riconosciuto colpevole e tenendo conto della sua posizione di comando nel Tirolo, che si applichi la pena di morte”.
L’avvocato difensore cominciò la sua arringa esaminando il trattato di pace del 14 ottobre 1809 firmato a Vienna che garantiva la totale amnistia per gli insorti tirolesi ma venne bruscamente interrotto dal presidente della corte Forestier e i giudici si ritirarono in camera di consiglio per riconoscere all’unanimità che Hofer era colpevole e condannandolo alla fucilazione. Forse la decisione presa dal tribunale militare venne dettata da Milano “per mezzo del telegrafo che disponeva ch’ei sia moschettato entro 24 ore”. E certo che la sentenza era già stata scritta al momento dell’annuncio della cattura. Nei suoi appunti, l’avvocato difensore ha annotato che “durante il dibattimento Hofer mantenne un atteggiamento calmo e dignitoso e prima di essere ricondotto nella sua cella volle stringere la mano” al giovane avvocato. Che scrive: “Fu pieno di calma di candidezza di dignità ed essendosi accorto che io lo avevo con buona coscienza assistito, mi strinse la mano e mi ringraziò cordialmente”. Non poteva ricompensarlo: gli fece dono del suo orologio. Che era, ovviamente, da taschino con cassa d’argento. A quell’ epoca gli orologi erano quelle bellissime “cipolle” caratterizzate dalla lunga catenella che le legava ad un bottone del panciotto e le casse erano d’argento o di ottone finemente decorate.

Il processo durò meno di tre ore. Processo politico? Il tribunale era composto da militari e se la richiesta di condanna a morte era arrivata da Napoleone, gli ufficiali neppure pensarono di opporsi al dettato del loro imperatore. Un “omicidio legalizzato”? Una condanna per dare un feroce esempio ad altri ribelli. Comunque un sanguinoso, grossolano inciampo per Napoleone se è vero che il 4 aprile a Parigi durante un incontro con Metternich, di fronte alla levata di scudi dell’opinione pubblica austriaca che lo accusava di aver ordinato di uccidere di Hofer, avrebbe detto: “Queste insinuazioni sono ripugnanti, tutto è avvenuto contro i miei desideri e i miei stessi interessi. Hofer era un  bravo uomo che pensavo di usare per pacificare il Tirolo. Presentate al vostro Sovrano i sensi del mio rammarico, ma vedete bene che come tutti, anch’io ho dei cattivi servitori”. Frase eccellente per la diplomazia mentre per la storia resta questo dispaccio: “Je vous mandé de faire venir Hofer a Vincennes….” che tradotto per intero suona: “Vi avevo ordinato di far venire Hofer a Vincennes ma dato che è a Mantova, inviate l’ordine di formare immediatamente una Commissione Militare per giudicarlo e farlo fucilare… Tutto deve essere fatto in 24 ore”.

(3. Continua)

QUANDO HOFER VENNE VENDUTO AI FRANCESI

LA CATTURA DI HOFER

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