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l sequestro di Moro/6

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La rivendicazione, “farneticante” come scrissero tutti i giornali, nel messaggio delle Brigate Rosse che mostrando la fotografia di Aldo Moro avvertiva gli italiani che il presidente della Dc era vivo, aveva fatto capire che l’impresa era tutta italiana. Perché il linguaggio era quello delle Br al quale ci si era, quasi, abituati. La prima reazione all’assalto di via Fani, lo sbigottimento per l’enormità di quell’azione militare, aveva convinto un po’ tutti che non doveva trattarsi di una cosa solo italiana. Subito si era fatto un parallelo con il rapimento del dirigente della Confindustria tedesca Hans Martin Schleyer avvenuto il 5 settembre del 1977 a Colonia, compiuto da un gruppo di terroristi della Rote Armee Fraktion che, uccisi i quattro uomini della scorta, avevano portato via quel leader quasi subito trucidato.

Schleyer era stato ufficiale delle SS durante la guerra. Poi era diventato presidente della Confindustria della Germania Occidentale (a quell’epoca era ancora divisa in due, nda) e autorevole esponente dell’Unione Cristiano Democratica. Certo, quelli delle Br copiarono il piano del rapimento: la trappola del finto incidente stradale messa a punto a Colonia in via Vincenz Statz per bloccare l’auto di Schleyer venne ripetuta con perfetto parallelismo a Roma in via Fani per inchiodare la Fiat sulla quale viaggiava Moro e quella della scorta. Identica la messa in scena fotografica con Schleyer ritratto nella prigione del popolo, con alle spalle la stella rossa a cinque punte e identico il clima di terrore, di rapine, di omicidi e di impotenza investigativa che in quell’epoca funestava la Germania e l’Italia.

Diversamente dalla Rote Armee Fraktion, i brigatisti non ebbero contatti con i palestinesi di Al Fatah che addestrarono i tedeschi alla guerriglia nei campi-poligono del Regno di Giordania dove si insegnava ad odiare gli ebrei, gli americani, il capitalismo, soprattutto ad uccidere. Scrisse Adriano Sofri nel libro “L’ombra di Moro”: La voce che “vi abbiano partecipato stranieri, e anzi tedeschi, corre subito. E’ un effetto del paragone con il rapimento Schleyer emulato infatti dai brigatisti e del pregiudizio circa l’efficienza, così poco italiana, così teutonica, dell’esecuzione. L’italiano è brava gente; tedesca o almeno straniera dev’ essere una così fredda ferocia. Un italiano non può averlo fatto. Pia illusione”.

Ideologicamente, le Br sono nate a Trento nel connubio prima politico poi sentimentale fra Margherita Cagol, la compagna Mara di Sardagna e Renato Curcio, due studenti modello di sociologia, due borghesi di spiccata intelligenza, ben lontani dall’immagine dei giovani della movida dell’epoca che si sviluppava fra i bar di piazza Duomo e il famoso “Zurigo” di piazza Italia. Soprattutto Margherita, cattolica, credente, osservante ma non bigotta. Quando durante la prima occupazione di Sociologia venne invitato l’avvocato Sandro Canestrini, all’epoca contrario ad un’ Università a Trento, lo accompagnai, erano le 9 di sera, nel palazzo di via Verdi. Era inverno, faceva un freddo cane, era buio perché con il riscaldamento era stata tolta la corrente elettrica. Solo alcune lampade a gas, quelle da campeggio, illuminavano una sala e quando Canestrini entrò, Margherita Cagol intonò con la chitarra l’Internazionale. Una perfezione musicale, l’applauso fu fortisismo,l’emozione di Canestrini palpabile. Tutto si poteva pensare nel futuro di quella giovane donna che,raramente, si vedeva nei cortei. Eppure lei volle, come disse Renato Curcio suo marito, la lotta armata per morire, dopo aver ucciso, con le armi in pugno.

Chissà quante volte quella pagina intitolata Brigate Rosse è stata letta, studiata, analizzata, dibattuta. Per tentare di capirla si era risaliti agli Scritti Corsari di Pasolini, soprattutto a quell’articolo pubblicato il 1° febbraio del 1975 sul Corriere della Sera con il titolo “Il vuoto del potere in Italia” dove quello democristiano veniva indicato “come la pura e semplice continuazione del regime fascista”. Ci si accanì su ogni parola scritta da quei brigatisti subito indicati come “figli, nipoti o pronipoti del comunismo stalinista” e si cercò di comprendere l’ossessivo uso del termine Stato Imperialista delle Multinazionali con quelle maiuscole che servono a cavarne la sigla Sim, mentre i giornali si preparavano a sostituire il nome Moro con espressioni quali “il grande statista”, “il grande leader”, il “leader prestigioso” per arrivare a definirlo “uno dei più eminenti statisti d’Italia”.

Scrisse Leonardo Sciascia raccontando quei giorni: “A vederlo sullo schermo della televisione, Moro sembrava preda della più antica stanchezza, della più profonda noia. Soltanto a tratti, tra gli occhi e le labbra, si intravvedeva un lampeggiare di ironia o di disprezzo, ma subito appannato da quella stanchezza, da quella noia”. Ecco il ritratto del “meno implicato di tutti nella Democrazia Cristiana”, almeno secondo il verbo di Pasolini. Certo, Moro ha avuto una lunghissima vita politica. Scrisse Indro Montanelli tratteggiando l’epoca – e chi la ricorda? – dell’adesione italiana al Patto Atlantico, “che il 18 marzo del 1949, durante la seduta durata ininterrottamente tre giorni e tre notti con l’orologio di Montecitorio fermato per una finzione procedurale più volte usata, l’adesione al citato Patto fu approvata con 342 sì, 170 no e 19 astensioni.  Moro, sottosegretario agli Esteri, era assente. Cinque giorni dopo si giustificò che era stato costretto a disertare la seduta per ragioni di famiglia, ma che, se presente, si sarebbe associato al voto di maggioranza”. Era già nella Sinistra Democristiana, trainata da Giuseppe Dossetti “alla cui scuderia era iscritto Amintore Fanfani. Professorini entrambi. E risoluti a fare della Dc qualcosa di assai diverso dal grande aggregato interclassista che Degasperi aveva saputo creare”. Questo il pensiero di Montanelli e forse oggi non ci sono politici e storici – e meno che meno giornalisti – capaci di tracciare un ritratto di Moro. Che nelle elezioni del 18 aprile 1948 ottenne quasi 70 mila voti di preferenza.

Molti anni dopo il delitto, Giorgio Postal conferma che “leggemmo e rileggemmo più volte quel testo. L’attacco frontale era contro di noi, contro la Democrazia Cristiana. In maniera invasata”, un agguato condotto con quella “geometrica potenza” che lasciò stordita l’Italia anche per via della capillare organizzazione dei corrieri delle Br che si erano mossi quasi all’unisono in quattro città, dimostrando una totale libertà di movimento con quel simultaneo annuncio della strage e del rapimento dato in diverse città. Trento compresa dove si era creato un vago nucleo legato a Marco Pisetta di Gardolo. Insomma,  quanti ricevettero dai brigatisti romani l’avviso della strage poi trasmesso agli organi di informazione, erano accanto al telefono di casa, nel giorno giusto, all’ora esatta. E aveva impressionato la voglia di uccidere. Si poteva rapire Moro durante la solita passeggiata in una zona poco frequentata della Farnesina quando era in compagnia solo del maresciallo Leonardi oppure quando andava, nei giorni di riposo, a Terracina e camminava, da solo, lungo il litorale.

Con l’agguato di via Fani si era voluta mostrare la spietata e fredda logica militare, copiata dalla Raf quando rapirono il presidente della Confindustria: a cominciare dalla tecnica dell’annientamento della scorta. Uccidere subito gli autisti poi le guardie del corpo, certamente in possesso di rivoltelle m itra, ma psicologicamente disarmate. Ecco il“delirio di onnipotenza e un insieme di vaneggiamenti fondati” come ha scritto Postal, “su quello che ci sembrava un dogmatismo ideologico più imparaticcio che originale”.

(6. continua)

 

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