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Rapimento Moro, quel 7 aprile...

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Due donne, e che donne, uniche figure femminili in due cupe tragedie che fanno parte della storia italiana, in lotta contro i poteri forti dello Stato. Una fervente cattolica, missionaria della fede, democristiana dalla giovinezza. L’altra laica, apertamente anticlericale, socialista militante, fra le prime femministe nell’Italia agli albori del Novecento. Due epoche diverse e lontanissime nel tempo, ma donne con un comune denominatore: difendere i loro uomini mandati a morire. Ecco Eleonora Chiavarelli la moglie di Moro che nei giorni del tragico sequestro si batte duramente contro i vertici della Democrazia Cristiana fermi nel rifiuto di ogni trattativa con i terroristi. L’altra è Ernesta Bittanti, la moglie di Cesare Battisti che rinfaccia al generale Luigi Cadorna di aver permesso di trasferire in prima linea suo marito, cittadino austriaco, tenente degli Alpini, passato in armi all’Italia, dove, catturato, sarà giustiziato.
Quando dieci anni dopo la morte di Moro, Sergio Zavoli intervistò Benigno Zaccagnini, l’ex segretario della Dc disse di non aver più incontrato Eleonora Moro. Insisté Zavoli: E se la incontrasse cosa le direbbe? “Le direi, se avevo sbagliato, di capirmi, di scusarmi, di perdonarmi”.

Appunto Zaccagnini durante il sequestro, aveva sostenuto la linea della fermezza, cioè il rifiuto di trattare con i terroristi per non implicare un riconoscimento politico alle Br. La tragica morte dell’amico Moro lo travolse sul piano umano, anche per alcuni passaggi della lettera scritta dalla prigionia nella quale il presidente del partito lo aveva definito “il più fragile segretario che abbia mai avuto la Dc”.


La memoria risale al 7 aprile di 42 anni fa al numero 79 di via del Forte Trionfale dove Zaccagnini comunica ai familiari di Moro che il partito è fermo nel rifiuto di ogni trattativa. E’ il momento dell’epicentro del “caso Moro”. Scrisse Sandro Viola sulle pagine di “la Repubblica”: “E’ il dissidio profondo tra la famiglia del leader e il Governo sostenuto dalla maggioranza del partito. Per la famiglia di Moro le lettere dal carcere del popolo sono quelle di un uomo assolutamente integro nel corpo e nella psiche, mentre i suoi “amici” sostenevano che, nelle missive spedite dalla “prigione del popolo” non riconoscevano il loro presidente. Certo, aveva cambiato il linguaggio, non più espressioni poco comprensibili, ma lapidaria e sintetica chiarezza. Sapeva che sarebbe stato ucciso se non ci fosse stato uno scambio di prigionieri: per salvarlo, lo Stato avrebbe dovuto liberare alcuni brigatisti in galera.
Nelle lettere, forse più di settanta, traspare lo spirito di Moro, quello del mediatore, che non cede alle rotture. Traccia la via della mediazione anche per guadagnare tempo sperando nell’arrivo della Polizia. Del resto, la Dc ha sempre mediato e negoziato su tutto, perché ora si doveva irrigidire? C’era fretta. Ma pochi lo capirono; le Br non potevano prolungare all’infinito la prigionia di Moro. C’era l’incalzare delle indagini, la necessità di giungere ad un epilogo, forse la famiglia del presidente aveva stabilito un “collegamento” con i brigatisti, la Santa Sede si preparava a mediare e i tragici figuri della “colonna romana” avevano un piano: liberare i loro complici.


Scrisse Giulio Andreotti nel novembre del 1990, primo anniversario della morte di Benigno Zaccagni: “Le settimane della tragedia furono per Zaccagnini una passione. Ma non ebbe mai esitazioni nell’assolvimento del dovere di giustizia verso le famiglie delle vittime che non avrebbero tollerato favori per liberare uno di noi” facendo rinascere una cupa polemica: la fermezza sul destino di Moro dettata dal rispetto per il dolore attorno alle cinque vittime di via Fani era così forte da sacrificare una sesta vittima? Oppure la sesta vittima, quell’ essere “uno di noi” fu un risarcimento alla grande pena di vedove ed orfani di quella strage?


Dibattito lunghissimo quanto inconcludente attorno a quella immagine di Moro estratto a forza da quel teatro di uomini uccisi, inghiottito nel buio della prigione del popolo. E pochi si sorpresero apprendendo – era meno di mezzo secolo fa – che nell’Italia “squinternata” c’era anche una prigione privata, in realtà un braccio della morte. Tutto evaporò disquisendo se ai cinque morti se ne poteva aggiungere un altro e così, dopo la diffusione delle prime lettere, una massa di personaggi – professori, politici, prelati, avvocati, intellettuali, giornalisti vocati più ai salotti che alle aule dei palazzi di giustizia – si affannarono a scrivere che “il Moro che conosciamo non è presente nelle lettere dirette a Zaccagnini pubblicate come sue” mentre si gridava: “La Dc non si processa”. Il riferimento era al famoso scandalo Lockheed venuto a galla nel 1976 – anno bisestile quindi funesto come l’attuale – quando la Corporation americana ammise di aver pagato tangenti a politici e militari per vendere i propri aerei. Soprattutto in Italia e in Giappone i dollari finirono nelle tasche di uomini politici di primo piano.


Davvero un affanno con poche, pochissime luci. Una s’accese il 20 aprile del 1978 quando, testimoniando nel processo torinese alle Brigate Rosse, Marco Boato indirizzò a Renato Curcio un appello per “affermare il diritto alla vita di Aldo Moro e a contribuire in qualunque modo ad indicare, qualunque essa possa essere, la strada per la sua liberazione”. Boato non rinnegava l’amicizia con Curcio conosciuto negli anni di sociologia, rimarcava solo la distanza abissale con il fondatore delle Br. L’ appello rimase senza risposta: i brigatisti alla macchia non si fidavano di quelli in galera che, per il peso dei ceppi, potevano collaborare con la giustizia.


Torniamo alle due donne, alle due storie poco note, tenute nella penombra. Più conosciuto lo scontro fra Eleonora e Benigno Zaccagnini, segretario della Dc all’epoca di via Fani. Quasi dimenticato l’incontro, che probabilmente fu molto aspro, fra Ernesta e il generalissimo. Avvenne nel 1925 a Firenze, in casa Placci. Ecco il racconto della vedova più nota della Grande Guerra: “Al mio entrare nella sala, annunciata dal padrone di casa, mi venne incontro per primo il Cadorna, colle parole: quando Battisti venne al Comando io ero assente. Portata dalla mia convinzione che i mancati incontri fossero stati la causa di mancati provvedimenti e della partenza di Battisti dal Comando per il fronte, altro non disse che Fatalità!” Serve un cenno su quel avvenimento bellico. Battisti era stato trasferito a Verona, a Forte San Procolo, con il compito di interrogare prigionieri e disertori.

Fu il primo a capire nel marzo del 1916, che gli austriaci stavano preparando quell’ offensiva passata alla storia come Strafe-Expedition. Cercò, per decisione dei suoi superiori, di contattare il capo di stato maggiore del Regio Esercito che non credeva possibile un’offensiva austriaca sugli Altipiani. Venne messo alla porta da Ugo Cavallero della segreteria di Cadorna definito dal generale Tullio Marchetti che a guerra finita si stabilì a Bolbeno, “giannizzero fedele alla consegna dell’ isolamento del generalissimo” al quale venivano negate quelle informazioni contrarie al suo caparbio convincimento.

Con Mussolini, Cavallero fece carriera ricoprendo la carica di capo di stato maggiore generale dirigendo personalmente la tragica campagna contro la Grecia. Nel 1916 fu lui ad evitare l’incontro Battisti-Cadorna. Probabilmente non si oppose quando il deputato di Trento al parlamento di Vienna disse di voler tornare in trincea. Sarebbe bastato un semplice “no” di un suo superiore ma si suppone che Battisti fosse diventato troppo ingombrante per i vertici dello Stato Maggiore colpevoli di non aver creduto alle puntuali informazioni fornite sull’attacco austriaco.
Battisti diventava un ingombro; meglio mandarlo in prima linea. Anche Moro divenne un inciampo. Ecco la lettera scritta a Zaccagnini: “Essendoci lasciati in ottima intesa la sera di martedì ( quello precedente al rapimento, nda ), già pochi giorni dopo, qui dove sono, avevo la sensazione di avervi in qualche modo liberato e che io costituissi un peso per voi non per il fatto di non esserci, ma piuttosto per il fatto di esserci”.

 

 (11. Continua )

 

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