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Il sequestro Moro /13

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Le lettere di Moro dalla prigione sono le prime dopo quelle dei condannanti a morte dell’ epoca della Resistenza. Chiedeva carta, riempiva interi block-notes. Forse scriveva “per passare il tempo, stemperare il trauma subito – aveva intravisto uccidere gli uomini che gli stavano attorno – e stemperare l’impatto con la terribile realtà della prigione brigatista. Probabilmente rifletteva sulla sua disperata condizione e sulle cause che l’avevano determinata. Difendeva la sua vita; mai tentò – questo lo raccontarono i brigatisti quando raccontarono a ruota libera il loro misfatto – un gesto di ribellione.

Pochi avevano pensato che quel continuo scrivere – più di 70 lettere – aveva anche un altro scopo: guadagnare tempo, far muovere il brigatista-postino, tentare di metterlo nella condizione di finire accidentalmente in un posto di blocco, fargli usare un telefono che poteva venir intercettato. Moro sperava che si trovasse il covo dove era costretto, soprattutto voleva tener lontano il tempo dell’ esecuzione della sentenza perché aveva capito che sarebbe stato ucciso se non si fosse giunti ad uno scambio di prigionieri. Le sue sono le lettere di un condannato a morte; documentano la costrizione, la speranza che ogni giorno guadagnato poteva avvicinare gli investigatori al buco dove era rinchiuso. Sono soprattutto la ricerca di uno spazio in quella sorta di terra di nessuno tra le leggi dello Stato e le richieste dei carcerieri, il filo conduttore di un carteggio entrato nella storia nazionale, ma già dimenticato.

Si legge anche un tratto di speranza che lo ha aiutato a sopportato la detenzione senza impazzire e lucidamente scrivere al “Messaggero”: “E’ noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte” e basta questo scritto per raccontare l’angoscia vissuta da quell’uomo e, ovviamente, letta dai suoi carcerieri.

Nell’opinione pubblica si era radicata una speranza. Più i giorni passavano, tanto più era impensabile che i brigatisti assassinassero la persona con la quale avevano vissuto insieme, discusso, argomentato, letto e riletto prima di spedirle, le sue lettere, conosciuta la sua personalità, consumato lo stesso pasto, aiutato a lavarsi, radersi. Prospero Gallinari, uno dei carcerieri-carnefici, registrava sulla bobina di un “Geloso”, la Messa nel giorni della Settimana Santa che Moro ascoltava e che anche i brigatisti di guardia sentivano. Si può immaginare l’assassinio d’impeto, ma uccidere a sangue freddo, scegliendo il giorno, l’ora, il minuto, caricando l’arma, decidendo dove traslare il corpo è un altra cosa. A questo punto il delitto diventa solo sacrilegio. E poi i brigatisti avrebbero dovuto capire che liberandolo, avrebbe rappresentato un enorme, irrisolvibile problema politico capace di destabilizzare lo Stato; uccidendolo lo avrebbero elevato a simbolo anche se il tempo trascorso lo ha quasi cancellato. Da qualche parte, in quei giorni disperati, si citò Brecht: “Ogni volta che si uccide un uomo si commette un crimine perché non c’ è idea che possa valere la vita di un uomo”.

Moro aveva scritto chiaramente rivolgendosi agli amici di partito, quel gelido “sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimente detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere tropo tardi”. I brigatisti stavano per consegnare l’elenco dei compagni che lo Stato doveva liberare dalle galere. Dissero tutto, o quasi tutto, a Moro che accentuò la pressione sulla necessità dello scambio invocando sugli “amici” di partito con quel “Dio vi illumini”. Proprio nei giorni che precedettero la Pasqua, capì che era stato condannato a morte dalle bierre e indirettamente dalla Democrazia Cristiana che doveva fare i conti fra i cattolici praticanti che volevano salvargli la vita, ma anche con quella “sinistra alla sinistra” del Pci, secondo il gergo dell’epoca, che li chiamava “i compagni che sbagliano” ma che cominciavano a domandarsi se gli omicidi, le gambizzazioni, le rapine servissero davvero al sia pure confuso progetto rivoluzionario destinato a trasformare l’Italia in una novella Cuba. Quelli della sinistra estrema avevano capito: il popolo italiano, dalle fabbriche alle scuole, non era con gli assassini. Poi c’era stato quel pubblico appello per la salvezza di Moro pubblicato sul giornale “Lotta Continua”, il quotidiano dell’ ultra sinistra, firmato da parlamentari, vescovi, personaggi della cultura laici e cattolici, comunque tutti nomi importanti. L’effetto era stato enorme perché lo stesso giornale, certo era cambiato il direttore ma lo spirito era lo stesso, subito dopo Piazza Fontana aveva scatenato l’ ossessiva campagna di stampa indicando nel commissario Luigi Calabresi l’uomo che aveva gettato l’anarchico Giuseppe Pinelli dalla finestra di quel quarto piano della questura di Milano. E a quella scelta giornalistica si erano associati sottoscrivendola, i personaggi più in vista del giornalismo, dell’arte, del teatro di quell’epoca molto strana. Ma dopo via Fani i tempi erano cambiati.

Oggi si sa che il Psi di Bettino Craxi e Claudio Signorile tentò di salvare la vita di Moro attraverso i massimi esponenti di Autonomia Operaia, Francesco Piperno e Lanfranco Pace. Scrisse il senatore Giorgio Postal che con Luciano Azzolini è uno dei testimoni di quelle giornate: “C’è un interrogativo che mi turba profondamente. Appunto Craxi e Signorile contattarono Piperno e Pace. Ed è altrettanto noto che questi ultime ebbero, durante il periodo del sequestro, un certo numero di contatti con Adriana Faranda e Valerio Morucci indicati come i postini delle Br. Ebbene, non è terribile pensare che una semplice segnalazione agli organi di sicurezza avrebbe potuto portare all’individuazione o di Morucci o della Faranda e quindi, forse, alla scoperta del luogo dove Moro era segregato?” I brigatisti consegnavano le lettere di Moro ad uno dei due postini che avevano il compito, e solitamente lo facevano nel grande atrio della stazione Termini inutilmente presidiato dai Bersaglieri. di contattare il destinatario delle missive. Forse la brigatista Anna Laura Braghetti, quella che aveva preso in affitto l’appartamento e ogni mattina si recava la lavoro, incontrava uno dei due postini, consegnava la lettera e le necessarie indicazioni sul destinatario; il citato postino raggiungeva uno dei cento telefoni a gettone della stazione, sistemava la missiva, telefonava e se ne andava. Forse sarebbe bastato un contatto con le forze dell’ordine che avrebbero potuto pedinare uno o l’altro postino, magari con un po’ di fortuna, sorprenderlo nel momento dell’incontro. E’ la domanda più assordante su alcuni misteri, in vero molti presunti e cresciuti con l’inesauribile gioco della dietrologia, su quei 55 giorni di agonia.

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