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L'uccisione di Aldo Moro

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L'uccisione di Aldo Moro. Quelli delle Brigate Rosse decisero di uccidere Aldo Moro nel garage della casa di Anna Laura Braghetti al numero 8 di via Montalcini, diventata la “prigione del popolo”. Decisero di ammazzarlo nel bagagliaio della Renault R4 rubata il primo marzo del 1978 a Filippo Bartoli. L’auto di colore rosso amaranto, usata sui cantieri edili, era targata Roma N57686, una targa tolta mesi addietro da una vettura in demolizione. Insomma, uno dei tanti veicoli occasionalmente utilizzati da quelli delle bierre, parcheggiati in luoghi sicuri, muniti di targhe contraffatte e di documenti abilmente falsificati.

Scelsero il giorno per uccidere, martedì 9 maggio. Scelsero il luogo dove abbandonare il cadavere che doveva essere nella Capitale perché la “colonna romana” aveva organizzato il delitto a Roma mai lasciando la città dove si muovevano indisturbati e dove godevano dell’appoggio di fiancheggiatori sicuri, politicamente affidabili che procurarono le armi per compiere il delitto: due rivoltelle munite di silenziatore che entrarono nella casa della Braghetti nella sera di domenica 7. Per sparare in un condominio ci volevano armi silenziate che, evidentemente, erano a portata di mano dei terroristi. Nella prigione del popolo decisero chi avrebbe sparato: Mario Moretti e Germano Maccari. Moretti è l’uomo che aveva ideato e organizzato “l’affare Moro”, è quello che aveva “interrogato” e accudito Moro, che gli aveva detto, con molta cortesia – secondo la testimonianza della Braghetti – quel “presidente sa chi siamo?” quando lo tolsero dalla cassa dove l’avevano ficcato negli attimi di via Fani. E’ lui che aveva fatto la telefonata alla famiglia dell’ostaggio, estremo tentativo per piegare lo Stato se non alla trattativa, allo scambio con un terrorista in carcere. Logico che fosse lui uno dei boia. L’altro fu Germano Maccari, il “marito” della Braghetti, persona molto riservata e conosciuto, nel condominio dove la vita sociale era decisamente assente, come “l’ingegnere Altobelli”. Smascherato solo nel 1993 confessò di essere stato uno dei carcerieri e venne indicato come complice nell’ esecuzione solo dopo la sua morte avvenuta in carcere il 26 agosto del 2001. Non partecipò all’esecuzione Prospero Gallinari, uno dei fondatori delle Br. Anche lui non c’è più; una ventina di anni va, ai suoi funerali parteciparono in mille che lo salutarono con il pugno chiuso, il canto dell’Internazionale e quello di Bandiera Rossa. Una vicenda davvero lontana nel tempo, uscita dalla memoria collettiva.

Per compiere il delitto si spostò dal citato garage l’ ingombrante Ami 8 della Braghetti e si infilò la R4 con il portello del bagagliaio rivolto verso la porta basculante; si decise che il corpo di Moro doveva essere portato in via Caetani, nel centro di Roma, a metà strada fra Piazza del Gesù sede della Democrazia Cristiana e via delle Botteghe Oscure la sede storica del Partito Comunista. Una beffa alla mobilitazione militare della Capitale e ai massici presidi attorno ai due palazzi ma anche la decisione di dimostrazione – su questo, nel futuro, deciderà la storia – che i due partiti, i più importanti e i più votati d’Italia, non volendo scendere a patti con i terroristi, avevano abbandonato il presidente democristiano al suo più volte annunciato destino.

Fecero ogni cosa come in un film dell’orrore. Nel risvolto dei pantaloni di Moro – appena portato nell’appartamento della Braghetti al presidente venne data una tuta e l’abito che indossava al momento del sequestro, sistemato con cura in un armadio – venne messa della sabbia presa dal litorale di Ostia e gli abiti vennero spruzzati con acqua di mare per far apparire che la “prigione” era accanto ad una spiaggia – e fu Emilio Fede, giornalista di punta del Tg 1, il primo a dare quel particolare. Predisposto il delitto, tutti andarono a dormire e chissà se dormirono tranquilli. Al mattino successivo, alle sei, Mario Moretti svegliò Moro, gli disse che “bisognava andare via, non c’era tempo di sbarbarsi, di fare colazione” Doveva solo indossare gli abiti, ma non le scarpe, che aveva nel giorno di via Fani. Venne fatto uscire dal loculo e nella stanza che la Braghetti indica come “studio”, era aperta “una grande e robusta cesta di vimini, con i manici… Moro fu invitato a entrarci. Ero fuori [in un’altra stanza] ad aspettare. Sentii perfettamente Mario dire dobbiamo andare e Moro rispondere mi saluti i suoi colleghi. Vidi Mario e Germano [Maccari] uscire dallo studio portando la cesta. Si erano tolti i cappucci. Ora non restava che arrivare in garage”.

La Braghetti racconta che scese per prima per controllare le scale, aprì il box, venne raggiunta dai due brigatisti che portavano la cesta con dentro Aldo Moro. “Sentii Mario che chiedeva a Moro di entrare nel bagagliaio. Pensai che avrebbe visto Mario in faccia [per scendere le scale si era tolto il passamontagna] e capito che cosa stava accadendo. Improvvisamente sentii il rumore dell’ascensore che scendeva… Avvertii Mario e Germano di restare immobili”. Ecco apparire sulla scena una professoressa che abitava l’ultimo piano. Le due donne si salutano, una domanda all’altra perché si trovano lì a quell’ora del mattino, la professoressa cerca di mettere in moto la sua auto senza riuscirci. “Mi offrii di aiutarla. Rifiutò”. Quanto durò quell’incontro casuale? Perché Moro non gridò, non urlò, sono Aldo Moro, sono il presidente rapito? Aveva capito che stavano per ucciderlo, aveva sentito la Braghetti ordinare ai due brigatisti di stare fermi, aveva udito le due donne parlare. Sarebbe bastato un grido, un grido solo. I brigatisti avrebbero dovuto sparare sulla donna: Aldo Moro che conosceva tutto sulla feroce determinazione della gente delle bierre rimase in silenzio: perché era terrorizzato, stanco, sfinito o perché comprese che quella donna sarebbe stata ammazzata e volle – e questo sarebbe un gesto di eroico coraggio – evitare un altro delitto?

Finalmente la professoressa avviò l’auto e sparì dalla scena. A questo punto Moro venne assassinato. Da quanto scritto dalla Braghetti quando consegnò i suoi ricordi, le sue memorie alla giornalista Paola Tavella che ha avuto il pregio di scriverle in maniera davvero egregia: “Sentii una prima raffica, poi trascorso un istante ne sentii una seconda. Ancora qualche minuto, poi Mario, dall’interno, mi chiese di sollevare la porta del box. L’auto partì lentamente. Chiusi a chiave la porta del mio garage. Uscii sulla strada. In giro c’era solo un uomo che portava a spasso il cane”.

(28. Continua)

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