Gino Cecchettin: «Il culto del maschio alfa danneggia anche l’uomo»
Il papà di Giulia, vittima di femminicidio e simbolo ora della lotta alla violenza sulle donne, sarà a Trento giovedì per incontrare studentesse e studenti dell'Università. «Di Giulia mi mancano la voce e gli abbracci. Con la Fondazione non sapremo mai se salviamo delle vite, ma solo l’idea che possa accadere ci dà forza»
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TRENTO - Della sua Giulia gli mancano gli abbracci, e gli manca la voce. Ma ha preso, in qualche modo, la sua determinazione. La forza la trova, invece, nel pensare che la sua testimonianza possa migliorare - o chissà, salvare - anche solo una vita. Gino Cecchettin, papà di Giulia, vittima di femminicidio e simbolo ormai della lotta contro la violenza sulle donne, giovedì13 marzo (alle 20.30 all’Auditorium Santa Chiara) sarà in città.
Sarà a Trento per incontrare studentesse e studenti dell'Università di Trento.
L'educazione è un tema centrale per la Fondazione Giulia Cecchettin. Ma serve solo ai ragazzi o anche agli adulti?
«Risponderei con una frase fatta, forse piena di retorica: "Non si smette mai di imparare". Soprattutto quando si è nati in un momento in cui si davano per scontati alcuni stereotipi e tipi di violenza. Anche alcuni adulti andrebbero - più che educati - "illuminati", cercando di far capire loro che il contesto nel quale siamo cresciuti non sempre rispecchia il modo giusto di vivere: un modo più rispettoso nei confronti delle donne, meno intriso di sessismo: sfido qualsiasi uomo a dire che nella sua vita non abbia mai assistito, o preso parte, ad un episodio di sessismo, piccolo o grande che sia stato. Sì, bisognerebbe fare cultura anche tra gli adulti».
Purtroppo la storia di Giulia lo dimostra nel modo più drammatico: c'è da superare l'idea di una mascolinità prevaricatrice nei confronti delle donne. Una mascolinità di cui talvolta - come uomini - finiamo per essere complici. Come crede sia possibile?
«C'è da far capire che è un modo diverso, nuovo e che farebbe bene soprattutto agli uomini. Il maschilismo e il culto del "maschio alfa" nuocciono soprattutto all'uomo. Alla lunga, il maschio alfa finisce per essere da solo, non è un modello sostenibile, nella vita - prima o poi - il supporto di qualcuno serve. L'uomo è abituato a "non dover chiedere mai", la cultura è intrisa di modelli "giovani", ma la vita è un percorso e prima o poi c'è da chiedere aiuto. Per il bene dell'uomo stesso, sarebbe meglio cercare di mitigare quello che è il suo comportamento, un filosofo diceva: "Anziché avere l'uomo vero, un vero uomo". L'uomo che possa godere di tutte le sensazioni e le emozioni che la vita gli possa donare».
Che ruolo gioca il linguaggio? L'Università di Trento ha generato non poche discussioni, utilizzando il femminile sovraesteso.
«Il linguaggio ha un ruolo fondamentale, è il metodo con il quale ci esprimiamo: gli stereotipi passano attraverso la lingua stessa. Essendo stati molti ruoli a dominio prettamente maschile, fin dalla loro nascita, è chiaro che quando anche le donne iniziano a ricoprire le stelle posizioni, serve un termine che prima non esisteva. Ho avuto modo di conoscere una delle prime donne magistrato, Gabriella Luccioli, di questo lei andava fiera: coniugare al femminile un ruolo che non era mai stato di dominio tra le donne. Molte donne dovrebbero iniziare ad usarlo, i linguisti ci spiegano come spesso la scelta di utilizzare il maschile denota più potere: dire il sindaco, piuttosto che la sindaca, è una scelta dovuta all'accezione che diamo al termine maschile».
Nel suo percorso ha sempre usato il metodo della non violenza. Ha sempre evidenziato la necessità di giustizia, senza violenza, pur senza perdono. Sempre mantenendo l'umanità necessaria. Che ruolo ha giocato l'emotività nella sua scelta di far nascere la Fondazione Giulia Cecchettin?
«Per me è stata un percorso, capace di portarmi ad eliminare tutti quei sentimenti negativi che potrebbero essere normali in una vicenda come la mia. L'ho fatto inizialmente per autodifesa. Poi ho scoperto l'importanza di dare spazio ai sentimenti positivi, anziché all'ira, alla rabbia. Ho controllato e dominato sia rabbia che odio e rancore: questo mi ha donato una visione di come si possa essere più potenti nella gestione della propria vita. Questo non significa l'assenza di dolore: dolore lo si prova in ogni istante quando si pensa ai propri cari che non ci sono più. Al contempo c'è da continuare a vivere, dando felicità a chi la merita, come i miei figli - Elena e Davide».
Anche lei dice di aver sbagliato. Da uomo, qual è la strada migliore per capire e correggere i propri errori?
«Mi sono reso conto che per anni le mie posizioni - che pensavo fossero giuste - mi hanno fatto perdere preziosi istanti di vita, cercando, per esempio, di avere ragione, anche nelle discussioni familiari. A volte bastava un semplice "scusa", cercando di abbracciare l'opinione dell'altra parte per vivere meglio. Non ce ne rendiamo conto nella quotidianità, siamo così legati all'idea di voler avere ragione che non ci fermiamo ad ascoltare. C'è da ascoltare di più».
Qual è la cosa che le manca di più di sua figlia?
«Gli abbracci, il supporto morale che mi dava con la sua voce. Era curativo per tutti gli stress della vita quotidiana: con un sorriso, con un "Ciao papà", riusciva ad alleviare le pene della vita, mettendoti addosso uno stato di felicità».
Qual è stato il cambiamento che sente di aver portato? E quello che vorrebbe portare?
«Ho avuto la testimonianza di donne e uomini che hanno avuto giovamento nel trovare coraggio di lasciare chi, anziché amarle, era autore di violenza. Per gli uomini il fatto che abbiano capito come ci sia un nuovo modo di vivere e di amare: questo vorrei continuare a fare. Non sapremo mai se salviamo delle vite, anche solo l'idea che ci sia la possibilità è la forza che ho per andare avanti».
Il papà di Giulia, vittima di femminicidio e simbolo ora della lotta alla violenza sulle donne, sarà a Trento
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«Di Giulia mi mancano la voce e gli abbracci. Con la Fondazione non sapremo mai se salviamo delle vite, ma solo l'idea che possa accadere ci dà forza»