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I tesori degli Uffizi

che finirono in Passiria:

la mostra alle Gallerie

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Furto mascherato e non completato, vista la piega che ha preso la guerra? O azione meritoria di salvaguardia di opere d’arte prevalentemente italiane, ma che rappresentano – come deve essere per l’arte – un patrimonio universale? «Devono essere gli storici a fare chiarezza. A noi compete far conoscere questa incredibile storia» è convinto Albin Pixner, presidente dell’Associazione Museo Passiria, che con una delegazione altoatesina è arrivato a Trento per presentare la mostra che da oggi al primo novembre è ospitata alle Gallerie di Piedicastello, curate dalla Fondazione museo storico.

Uffizi in Passeier. Chi protegge l’arte in guerra? (visite tutti i giorni dalle 10 alle 18, chiuso il lunedì, ingresso libero) il titolo dell’esposizione, fatta di riproduzioni di famose opere d’arte, filmati e documenti d’epoca, didascalie e una suggestiva ambientazione che riproduce i bui depositi delle opere d’arte con casse, vecchie coperte e pagliericci che riproducono quelli che oltre 75 anni fa protessero ben 293 opere dei musei fiorentini dalla devastazione della guerra. Una storia poco conosciuta, quella delle opere d’arte (quadri, sculture) che da Firenze nell’estate del 1944 presero la via dell’Alto Adige, dove rimasero quasi un anno, sfuggendo a probabili bombardamenti, danni, appropriazioni indebite.

A orchestrare l’operazione di messa in sicurezza fu il Kunstschutz, l’organismo dell’esercito nazista che si occupava di opere d’arte. Sei camion le trasportarono a San Leonardo in Passiria, patria dell’eroe popolare tirolese Andreas Hofer. Perché proprio lì?

«Fu Hitler stesso a dare l’ordine – spiegano i curatori della mostra – di portare le opere in territorio controllato dai Tedeschi ma non in Germania, per non essere accusati di furto. San Leonardo e Campo Tures (dove furono portate soprattutto sculture) erano luoghi vicini al Brennero ma lontani dalla strada e dalla ferrovia del Brennero, potenziale oggetto di bombardamenti. A San Leonardo i gerarchi nazisti trovarono ospitalità per questo vero e proprio tesoro artistico nelle sale dell’ex palazzo di giustizia: pareti spesse, ambienti secchi, ideali per non deteriorare le opere, finestre protette da solide inferriate. La fotografa del regime che ebbe l’incarico di catalogare tutte le opere, la giovane Ursula Pieper di Lubecca, annotava, con fredda ironia, in un documento esposto in mostra, come fosse singolare che al disimballaggio di queste opere, il 12 agosto del 1944, avessero assistito anziani e bambini del paese, insieme a qualche vacca al pascolo. Probabilmente inconsapevoli del valore (allora stimato in 500 milioni di dollari) di quei Caravaggio (Amore dormiente, Bacco), Botticelli, Tiziano (ritratti di Giulia Varano, di Filippo II), Tintoretto (Cristo nel pozzo), Raffaello, Tiepolo, Pietro Lorenzetti, Guercino, Guido Reni, Pontorno, Pollaiolo, Cranach, per citare i più noti. Quadri protetti con qualche vecchia coperta e grumi di paglia.

Fu il capo delle SS in Italia, Karl Wolff, a riconsegnare le opere, nell’estate del 1945, agli americani, che su 13 vagoni ferroviari le riportarono a Firenze, dove sfilarono in corteo tra la folla festante. 293 opere che segnarono anche la propaganda: i tedeschi si vantarono di averle sottratte ai bombardamenti alleati. Gli americani di averle recuperate dalla brama nazista. Al processo di Norimberga la restituzione di questi capolavori valse una condanna molto indulgente allo stesso Wolff.

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