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I bambini di Svevia di Romina Casagrande

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La storia poco conosciuta de “I bambini di Svevia” è diventata un libro di 400 pagine (Garzanti), romanzata, grazie alla penna lieve di Romina Casagrande (nella foto). L’autrice lo presenterà a Lavarone domenica 16 agosto (in Piazza Municipio alle 17.30).

Nata a Merano nel 1977, dove vive, laurea in lettere classiche a Trento, insegnante nella scuola media, Romina Casagrande è autrice di «Lontano da te» (2017) e «Le ragazze con le calze grigie» (2018), dopo una serie di lavori di genere fantastico su personaggi e luoghi misteriosi dell’Alto Adige. Perfettamente bilingue, Casagrande ha origini trentine (da parte del nonno paterno, della Valsugana) e sudtirolesi per parte di madre (originaria della Val Passiria). Questa volta si è dedicata agli «Schwabenkinder», i bambini (dai 5 ai 14 anni) della Val Venosta (ma anche della Svizzera, del Liechtenstein, dell’austriaco Vorarlberg) che dal Settecento alla seconda guerra mondiale venivano venduti stagionalmente dalle proprie povere famiglie a più ricche fattorie della Svevia, in Germania, per prestarvi manodopera in cambio dell’essere sfamati e vestiti. Schwabenkinder (Bambini di Svevia) ma anche Schwalbenkinder (Bambini delle rondini), perché partivano a primavera verso l’attuale Baden Württenberg e tornavano in autunno.

Da dove ha tratto l’ispirazione, professoressa Casagrande?

«A lungo c’è stata vergogna a parlare di questo tema in Val Venosta. Io ho insegnato a Lasa e Laces, alle medie, e ne ho sentito parlare.
C’era voglia di raccontare, da parte di anziani, figli, nipoti, pronipoti di questi bambini. A Sluderno ci sono anche due stanze di museo dedicate a questa pagina di storia. Per qualcuno fu anche un’esperienza positiva.
Mangiava, imparava cose nuove. Per tanti altri fu un’esperienza di fatica nei campi, abusi, violenze, sfruttamento, maltrattamenti. Solo il viaggio per arrivare in Svevia attraverso le montagne, a piedi, accompagnati da un parroco, durava sette giorni di stenti. E poi la nostalgia era tanta».

C’è stata una «damnatio memoriae» anche da parte tedesca di questa pagina di storia poco edificante, durata secoli?

«In Germania è accaduto come per la Shoah. Prima si è raccontato l’orrore dal punto di vista degli oppressori e poi ci si è accorti che occorreva sentire la voce delle vittime».

Un libro sulla durezza di molte infanzie. C’è tanta attualità nelle sue pagine?

«In tante parti del mondo i bambini sono sfruttati, percossi, abusati, venduti. E non mancano gli adulti ?con gli occhi pieni di nebbia?. Ci sono delle grandi cicatrici. Come le ha il nostro passato. Perché il mondo contadino di una volta, che tanti rimpiangono, non era certo l’Arcadia».

Edna, la protagonista del suo libro, è una signora novantenne che si mette in viaggio verso la Svevia (Ravensburg) per mantenere fede a una promessa, fatta ottant’anni prima, da «bambina di Svevia». Il suo viaggio a tappe di oggi si intreccia con i ricordi e le ombre del passato. I due piani temporali sono costantemente alternati. Come mai?

«Perché è come se riavvolgesse un nastro. E scoprisse che quelle montagne che significavano fatica, dolore, oggi sono unione tra confini, turismo, bellezza. Negli occhi di Edna bambina c’è invece la simbologia di una fiaba. Ho scelto un linguaggio semplice, capitoli brevi, titoli che si rifanno alla quotidianità».

Parlava di confini. Da meranese bilingue il tema dell’identità le è caro. Edna stessa, la sua protagonista, è di «sangue misto» e isolata per questo. Nel libro si percepisce che non si deve per forza scegliere da che parte stare.

«Io sono cresciuta con questa naturale apertura. Dico che si può essere la somma di tanti frammenti. Conoscere noi stessi permette di avere relazioni che non siano semplici stampelle. Io ho studiato lettere classiche: dentro di noi abbiamo l’Occidente e l’Oriente».

In un passo del romanzo, fa dire alla sua Edna che ai suoi tempi a 30 anni di età si tornava dalla guerra, si metteva su famiglia, si piangeva già la perdita di un figlio, si erano visti i raccolti travolti dai capricci del tempo. Un modo per dire che i nostri sono tempi migliori o una velata scossa ai «bamboccioni» di oggi?

«Entrambe le cose. Sicuramente i social danno ai giovani superficialità e una visione bidimensionale. Non si vede il valore della fatica, dell’impegno, della competenza. Lo abbiamo visto anche con la pandemia. Si vuole gestire tutto, anche la natura. Si diventa arroganti e non si accetta il destino».

Non ha rinunciato a qualche tocco ironico sul «suo» Alto Adige. Edna, quando parte, non dimentica i calzini di lana e i cetrioli sott’aceto. Non mancano i Lederhosen, i Kaiserschmarren e la Eisschokolade con la cannuccia coi pennacchi, l’odore delle stube; c’è persino la battuta sui ristoranti e hotel sudtirolesi, che si chiamano tutti Schwarzer Adler, Goldenes Lamm, Weisses Rössl.

«È un omaggio alla terra che amo. Mi piaceva restituire alcuni affettuosi tòpoi per renderla riconoscibile».

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