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«Siamo a terra»: ristoratori

in piazza anche a Trento

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Domani anche a Trento, come in molte città d'Italia, i ristoratori scendono in piazza per chiedere la revisione delle restrizioni alle aperture, previste nell'ultimo dpcm anti-covid.

Se in trentino Alto Adige le Province autonome ahnno potuto spostare almeno alle 22 l'orario di chiusura, nel resto d'Italia rimane fissato alle 18, cioè in sostanza impedisce di lavorare la sera, il che per i ristoranti che si concentrano soprattutto sulla cena significa non fare quasi niente.

La manifestazione di domani è promossa dalla Fipe, la federazione italiana dei pubblici esercizi e si intitola “Siamo a terra”.

Una manifestazione che vorrà essere «ordinata, silenziosa, senza eccessi», per ribadire con chiarezza che il settore dei pubblici esercizi e della ristorazione sta soffrendo in modo pesantissimo le limitazioni imposte dalla normativa anti-covid.

«Bene le scelte della giunta provinciale – dicono i presidenti delle due associazioni di categoria aderenti a Confcommercio Trentino – ma le perdite sono percentuali a doppia cifra. E per il futuro c’è poco ottimismo».

L’ora di ritrovo è fissata alle 11.30 in piazza Duomo, a Trento. Lì ristoratori e pubblici esercizi trentini annunciano che metteranno in scena una protesta civile ma risoluta. Rispettando tutti i protocolli di sicurezza e le disposizioni previste da leggi, dpcm e ordinanze, gli esercenti stenderanno a terra le tovaglie dei loro locali e incroceranno le braccia per mezz’ora: l’obiettivo è fornire una rappresentazione efficace della situazione delle imprese. Ieri il governatore trentino Maurizio Fugatti ha emanato un’ordinanza nella quale consente agli esercizi della provincia orari di apertura più lunghi rispetto a quanto previsto dall’ultimo dpcm di Conte. Ma anche questa misura, pur apprezzata dalla categoria, va accompagnata da adeguati ristorni e sostegni alle aziende.
 
«Bene l’ordinanza di Fugatti – spiega il presidente dell’Associazione Ristoratori trentini Marco Fontanari – ma le aziende sono comunque messe a dura prova da troppi mesi: la parentesi della stagione estiva non riuscirà ad evitare che moltissime imprese chiudano i bilanci in forte perdita. Con questa manifestazione, che intendiamo svolgere rispettosamente ma con convinzione, chiediamo di porre l’attenzione sulla nostra categoria: abbiamo bisogno di sostegno, di risorse e strumenti per continuare ad esistere. Il settore, in Trentino, conta oltre 3.500 aziende e dà lavoro a quasi 15 mila addetti».
 
«Abbiamo sempre rispettato tutti i protocolli – commenta Fabia Roman, presidente dell’Associazione dei pubblici esercizi del Trentino – e infatti i nostri locali sono sicuri, non sono focolai dell’epidemia. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra salvaguardia della salute pubblica e tutela dell’economia: non possiamo permetterci altri lockdown né altre limitazioni altrimenti sarà un disastro per la nostra categoria. Due ore in più non salveranno sicuramente i bilanci ma sono una boccata d’ossigeno molto utile. Ci aspettiamo che gli aiuti promessi dal governo si traducano in azioni concrete e adeguate alla situazione».

 

«QUI ALMENO SI PUÒ CHIUDERE ALLE 22, BOCCATA DI OSSIGENO»

«Una boccata d'ossigeno, sperando posso durare»: così Paolo Turrini, presidente dei ristoratori altogardesani, commenta così le scelte della giunta provinciale che permette ai ristoranti di restare aperti fino alle 22, anziché fino alle 18 come da Dpcm nazionale.

«Le prospettive sono cambiate in senso positivo - dice Turrini - è chiaro che le scelte di Fugatti non risolvono tutto ma lavorando fino alle 22 qualcosa si riesce a fare, la chiusura alle 18 era una presa in giro, ancora di più da noi dove le cucine chiudono alle 14». In concreto si potranno far entrare gli ultimi clienti alle 21, segnalando loro che il locale chiuderà di lì a un'ora. Considerando anche le abitudini dei trentini e degli ospiti germanici (si cena molto prima che altrove) gran parte della clientela dovrebbe essere recuperata: «Ora bisognerà far sapere che in Trentino non si chiude alle 18 - prosegue Turrini - così come dobbiamo far capire a tutti, amministratori e cittadini, che abbiamo lavorato molto in questi mesi per far fronte all'emergenza. Ogni operatore ha investito soldi importanti, dai 500 euro dei piccoli esercizi ai diecimila dei ristoranti più grandi, solo per dotare il personale di mascherine, igienizzanti, presidi. Non siamo noi gli "untori" e anche grazie alla buona collaborazione con la Polizia locale, non si sono mai registrati focolai o situazioni particolari nei nostri ristoranti». Il problema è capire quanto durerà la soluzione attuale: «La nostra speranza è che si possa proseguire, ma la verità è che viviamo alla giornata. Intanto ci sta un "grazie" per le scelte della Provincia, che ha capito i nostri sforzi. Anche perché il fatturato è già crollato del 50-60% e di quel poco che resta gran parte si raccoglie la sera».

 

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