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Positivi al Covid, ecco perché

il Trentino non comunica a Roma

i dati dei moltissimi "test rapidi"

Fugatti: "Sia chiaro, nessuno sta barando". Il dirigente Rezza: "trovare un metodo uniforme per il flusso di comunicazione"

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Un Fugatti furioso, quello che ieri in due diverse conferenze stampa ha voluto rimarcare più volte che «il Trentino non trucca i dati del Covid», spiegando (e facendo spiegare) il perché l’Azienda Sanitaria non comunica a Roma il numero dei contagiati con «test rapido» ma solo quelli del «tampone molecolare».

Una discrasia che era stata messa in luce più volte, nei giorni scorsi, soprattutto dai sindaci trentini, i quali hanno pubblicamente annunciato che i veri contagi Covid, nei loro territorio, erano almeno tre volte di più dei dati ufficiali. Cosa che - secondo Fugatti - è stata «abilmente montata da qualcuno» e in particolare da «alcuni organi di stampa».

Ne ha parlato in mattinata, per la prima volta, alla presentazione dello studio sullo screening effettuato in 5 Comuni trentini fra aprile e settembre (qui l’articolo: “Chi ha preso il Covid è poi protetto dagli anticorpi”). Lasciando al dottor Giovanni Rezza, dirigente della Prevenzione del Ministero della Salute, il compito di spiegare che «così ci chiede il Ministero». Rezza è - per capirci - la persona che ha elaborato il sistema di monitoraggio dei dati regionali che fa decidere chi è in zona gialla, arancione o rossa.

Rezza sapeva già di cosa si parlava, dato che - fuori onda, ma udibile a tutti - il dottor Ferro dell’Azienda Sanitaria gli ha ricordato «hai visto quel whatsapp che ti ho mandato stamattina... qui abbiamo un problema che è politico, sui tamponi antigenici». Ma chiarissima la sua risposta, che poi Fugatti ha fatto ritrasmettere su Facebook nel pomeriggio.

«E’ chiaro - ha detto il dirigente romano - che il test di riferimento è quello molecolare (il tampone, ndr). Poi è chiaro che le regioni hanno iniziato a usare anche i test antigenici (i “test rapidi, ndr) per alleggerire il lavoro dei laboratori, che sennò verrebbero travolti. In alcune circostanze però questi ultimi vanno confermati con il test molecolare. C’è però una differenza di affidabilità: il test antigenico (”rapido”) è meno sensibile, e se il paziente ha una carica virale bassa, danno luogo ai cosiddetti “falsi negativi”; inoltre, talvolta, il test antigenico non è confermato dal test molecolare».

Una affermazione che contrasta non poco con quella fatta dallo stesso dottor Ferro due settimane fa: "Non corriamo più dietro alle conferme molecolari perché abbiamo visto che c'è concordanza tra il tampone rapido e tampone molecolare nel 95-98% dei casi" .

Quindi: i test rapidi vanno conteggiati oppure no? «Se ne sta discutendo a livello nazionale ed anche con altre regioni. Si sta pensando - ha spiegato il dottor Rezza - a come adeguare i flussi informativi al sempre maggiore ricorso ai test antigenici. Si dovrà trovare un modo - ha detto il dirigente nazionale - per conteggiare anche i tamponi “rapidi”, ma stando ben attenti a non falsare il trend».

Il problema del trend falsato lo ha spiegato il dottor Ferro, dell’Azienda Sanitaria trentina: «Ho sempre cercato di rispondere a questa domanda. Uno dei temi è che non si possono semplicemente sommare i risultati dei due test. Pensiamo ad esempio a un test fatto con l’antigenico, e poi confermato dal molecolare: alla fine cosa abbiamo, la comunicazione di due test positivi, ma il caso è uno solo. O troviamo un sistema uniforme, o è una grande confusione. Quando il Ministero ci dirà quale sarà il criterio per comunicarli, ci uniformeremo. Lo abbiamo chiesto già dal 30 settembre».

Per il dottor Ferro «Trovare molti casi positivi è strategico, ma avere più casi di positività non è peggiore, ma solo un segno di un detection rate (indice di rintracciamento, ndr) più alto. Il fatto che si abbiano molti casi di positività ogni giorno è un segno positivo, vuol dire che si è cercato tanto».

Un concetto rimarcato dal dottor Rezza: «Il numero dei contagi non è una patente di una regione: la valutazione è fatta su molti parametri, ma sostanzialmente il fatto che una regione sia gialla o rossa deriva dalla sua capacità di resilienza al contagio attraverso parametri certi. Non solo in base ai contagi che comunica, ma anche alla sua capacità di fronteggiare la situazione. Per passare da zona gialla a arancione servono ad esempio almeno due episodi di allerta. Chi oggi non è zona rossa è perché ha dimostrato maggior resistenza del suo sistema sanitario».

Un fatto rimarcato con orgoglio da Fugatti: «Questa polemica qualcuno l’ha voluta legare al fatto che il Trentino sarebbe rimasto giallo perché non ha comunicato tutti i contagi. Ma non è così».

Per il dottor Rezza «la relazione è una relazione oggettiva, legata anche alla velocità di trasmissione del contagio».

In attesa quindi di un «sistema coordinato di trasmissione dei dati», per il dottor Rezza una soluzione potrà venire ad esempio dalla comunicazione separata dei due dati - positivi da tampone e positivi da test rapido - che è in fase di elaborazione. Con una comprensibile urgenza da parte di Fugatti, dato che - come ha detto il dottor Ferro - il problema non è solo epidemiologico. Ma è un «problema politico».

Alla fine delle due conferenze stampa, ci resta una considerazione: è chiaro che il problema è un problema di comunicazione dei dati (quali dati, e come comunicarli). Ma Fugatti (per non parlare della evanescente assessore alla salute Stefania Segnana) non affronta l'altra grande domanda: questo gran numero di positivi "non segnalati" esiste, è reale, e i trentini avrebbero il diritto di sapere quanti sono. Perché se vivo a Trento, mi piacerebbe sapere che i positivi rintracciati oggi non sono i 630 che mi comunica la Provincia, ma i 2200 che mi comunica il sindaco Ianeselli. E nascondere la differenza sotto il tappeto "perché Roma non ce li richiede" o perché "stiamo individuando un sistema di trasmissione dei flussi" non cambia la sostanza delle cose. Io, cittadino, vengo tenuto all'oscuro. E in questo momento delicato, non è una mossa intelligente.

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