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Don Vittorio Cristelli

oggi i novant'anni

del prete giornalista

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Quando alla fine di maggio del 1989 il vescovo Giovanni Maria Sartori licenziò in tronco il direttore del settimanale Vita Trentina, don Vittorio Cristelli, una folla imponente assediò il palazzo vescovile e minacciò una rivolta. Basterebbe questo episodio per dare l’idea di quale fosse l’affetto e la stima dei trentini per quel prete giornalista dal carattere forte e dalla penna graffiante che non risparmiava i potenti.

Un affetto che sabato (oggi, ndr) molte persone gli rinnovano per festeggiare i suoi 90 anni.

Nato il 28 novembre 1930 a Chatelineau, in Belgio, dove il padre era emigrato con la famiglia da Miola di Piné per lavorare in miniera, Vittorio Cristelli è stato ordinato prete nel 1955. Qualche anno dopo si è laureato in filosofia ed ha anche insegnato alle superiori, ma la sua notorietà è legata soprattutto all’attività giornalistica, avendo diretto Vita Trentina per quasi un quarto di secolo, negli anni più effervescenti della seconda metà del ‘900, dall’esplosione del Sessantotto alla caduta del Muro di Berlino.

NOMINATO DAL VESCOVO GOTTARDI

A chiamarlo a dirigere il giornale era stato il vescovo Alessandro Maria Gottardi, nel 1967. Il periodo è di grandi fermenti: la Chiesa è in pieno dopo-Concilio, mentre a Trento la nuova facoltà di Sociologia sta esplodendo, la contestazione giovanile imperversa e il ‘68 è dietro l’angolo. Cristelli è uno dei pochi giornalisti all’epoca che riesce a rapportarsi con la contestazione e con il movimento studentesco, a coglierne le istanze e a dialogare con tutti.

Ma il suo merito principale è quello di aver aiutato i lettori del settimanale a capire il senso di quelle proteste, spesso provocatorie, e di averli accompagnati a riflettere su quei cambiamenti turbolenti che investivano la società e la Chiesa a livello mondiale.
Per la sua straordinaria capacità di saper leggere questi fermenti nell’ottica conciliare dei «segni dei tempi», Cristelli è stato definito «Giornalista del Concilio», come recita il titolo del libro a lui dedicato, pubblicato nel 2013 dall’editrice Il Margine e curato da tre giornalisti già suoi collaboratori: Walter Nicoletti, Diego Andreatta, attuale direttore di Vita Trentina, e il sottoscritto.

Il modo di intendere il giornalismo di Cristelli ha fatto scuola e ha formato una generazione di giornalisti, molti dei quali sono poi passati a lavorare in altre redazioni. Gli articoli di fondo di Cristelli, firmati CIVI dalle iniziali di cognome e nome, «erano attesi e temuti, approvati e denigrati in tutte le sedi laiche ed ecclesiastiche», come scrisse l’inviato di Famiglia Cristiana Alberto Bobbio, in un articolo in cui aveva definito Cristelli «il direttore del settimanale diocesano più vivace d’Italia».

QUELLA "INVENZIONE" DELLE LETTERE AL GIORNALE

Oggi tutti i giornali hanno uno spazio per le lettere al direttore, ma quando Cristelli cominciò, nel 1968, a dedicare pagine intere agli interventi dei lettori si trattava di una novità assoluta. E anche mal vista. Certi ambienti ecclesiastici pretendevano che il direttore facesse una selezione tra le lettere da pubblicare e quelle da cestinare e che comunque desse sempre una risposta, che facesse «chiarezza», che ristabilisse «la verità», che offrisse «certezze». Ma Cristelli obiettava che un giornale non è il catechismo e che se si voleva stimolare la partecipazione dei lettori bisognava dare loro la possibilità di esprimersi liberamente. Se poi il lettore chiedeva espressamente una risposta, questa ci poteva anche stare. Ma nella stragrande maggioranza dei casi il dialogo era «aperto», come sottolineava il titolo della rubrica.

Altra novità introdotta da Cristelli fu la firma dei giornalisti sotto ogni articolo di un certo rilievo. All’epoca ci fu chi criticò questa scelta come espressione di vanità. In realtà era un elemento di trasparenza nei confronti dei lettori. E anche quella prassi divenne poi comune a tutti i giornali.
Cristelli, a lungo impegnato nel Sindacato e nell’Ordine dei giornalisti, mise in pratica il suo senso della giustizia e della dignità del lavoro garantendo ai dipendenti un corretto inquadramento sindacale: un’eccezione, all’epoca, nel mondo della stampa cattolica. Infatti, come scrisse il già citato Alberto Bobbio, «l’immagine di Vita Trentina è assai lontana dal pressapochismo volontaristico di tante realtà del mondo cattolico in Italia».

I CATTOLICI NELLE LOTTE OPERAIE

E non è un caso che nella grande stagione delle lotte operaie che hanno fatto seguito all’”autunno caldo” del 1969, i lavoratori cattolici sventolassero durante le manifestazioni gli articoli di Vita Trentina che parlavano dei loro problemi, sostenendo con orgoglio: «Questo è l’unico giornale che sta dalla nostra parte».
L’attenzione di Cristelli ai problemi concreti della comunità portò il settimanale a condurre battaglie di avanguardia e di grande coraggio.

Attraverso una pungente rubrica intitolata «La Lanterna di Diogene», il direttore denunciava piccoli e grandi scandali, trentini e non solo. La schiena dritta di Cristelli non si piegava neppure davanti alle minacce: certi articoli di denuncia gli attirarono come ritorsione l’annullamento di pagine di pubblicità, ma anche qualche querela. E ci fu addirittura un attentato dinamitardo alla sede del giornale. Cristelli non si sottraeva al dovere di critica neppure davanti a episodi che toccavano direttamente i vertici della Chiesa, come ad esempio l’occupazione di una casa sfitta di proprietà della curia o gli scioperi dei contadini che lavoravano alle dipendenze di enti ecclesiastici.

Ma a creargli le maggiori difficoltà sono state soprattutto le sue critiche al potere politico, incarnato in quegli anni dalla Dc, che in Trentino aveva la maggioranza assoluta. Quando, in tanti, gli rinfacciavano questo «reato di lesa maestà», Cristelli non si scomponeva.

Accendendosi l’ennesima sigaretta senza filtro, replicava con una battuta: «Se fossi direttore di un settimanale in Emilia Romagna criticherei il Pci».

LICENZIATO DAL VESCOVO"NORMALIZZATORE"

All’epoca per un giornale cattolico era impensabile mettere in discussione la Democrazia Cristiana. Il collateralismo tra Chiesa e partito cattolico era la norma, ma proprio il Concilio aveva sancito l’autonomia della politica rispetto alla fede e la diversità delle opzioni temporali.

Cristelli metteva in pratica questi principi conciliari, ma la cosa non gli fu mai perdonata. Tanto è vero che finché a guidare la diocesi rimase Alessandro Maria Gottardi, un vescovo apertamente «conciliare», Cristelli ebbe sempre il suo appoggio, ma quando arrivò il nuovo vescovo Sartori, mandato proprio per «normalizzare» la diocesi di Trento, quella del direttore del settimanale fu la prima testa a saltare.
Il vescovo venuto dal Veneto non si aspettava la reazione della popolazione trentina: migliaia di persone scesero in piazza, con cartelli e striscioni, a protestare contro il licenziamento di un prete giornalista che in 22 anni si era conquistato una stima, una popolarità, un’autorevolezza e una fama che aveva travalicato i confini locali.

ALLA SCUOLA DI PREPARAZIONE SOCIALE

Naturalmente don Vittorio, da allora, non è stato con le mani in mano. Sia prima che dopo il “licenziamento” non ha mai smesso di impegnarsi in vari settori e in diverse iniziative: è stato direttore della Scuola di Preparazione Sociale, docente alla Scuola superiore di servizio sociale, tra i fondatori del Centro Antidroga, del Punto d’Incontro, dell’Università della terza età, del movimento Beati i Costruttori di Pace, solo per citare le attività più note.

Questo suo dinamismo gli è valso nel 2009 il titolo di «Trentino dell’Anno» e nel 2010 l’assegnazione dell’Aquila di San Venceslao. E fra tutti questi impegni don Vittorio ha sempre trovato anche il tempo per andare a caccia, sua grande passione, che gli era stata trasmessa dall’amico don Dante Clauser.
Saranno in tanti, questo 28 novembre, a fare gli auguri a don Vittorio Cristelli: purtroppo a causa del Covid non si potrà fare la tradizionale rimpatriata con i vecchi collaboratori ed amici, ma un brindisi virtuale via telefonino è il minimo che si possa fare.

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