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Non va criminalizzato
chi si ostina a vivere

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Non va criminalizzato chi si ostina a vivere

Caro direttore, di fronte alle persone che muoiono da sole, alla fatica e al rischio per gli operatori socio sanitari, alla difficoltà di chi non ha risorse per vivere, si può ben dire che tutte le altre preoccupazioni sono ben poca cosa. Ma non credo necessario considerare degli insensibili chi prova a vivere "normalmente" o ostinarsi a colpevolizzare chi si azzarda ad uscire di casa. Non vivo a Trento, non vedo le code al semaforo (immagino però che tutti abbiano un buon motivo come lei per girare con l'auto), ma a Rovereto c'è pochissima gente in giro e la stragrande maggioranza della popolazione è ligia alle regole, anzi semmai eccede diventando loro stessi dei vigilantes, fino a chiedere l'intervento delle forze dell'ordine perché «è tutto il giorno che un signore è in giro con il cane».

Ma è veramente questa l'emergenza? Che i forestali debbano presidiare i sentieri o le forze dell'ordine fermare l'incauto ciclista, piuttosto che concorrere a ridurre la fatica di chi si occupa dell'emergenza sanitaria o il disagio sociale delle persone sole?

Dobbiamo valutare se il sacchetto della spesa è abbastanza pesante? A rigor di logica il giornale che io mi ostino a comperare ogni giorno è troppo leggero per giustificare l'uscita da casa.
È facile a posteriori individuare gli errori, a partire dalle case di riposo, ma era anche facile sbagliare mancando l'esperienza di una epidemia, e quindi do per buona la sua assoluzione di chi ci governa (anche se un bilancio andrà fatto), ma darei per buona anche l'assoluzione di chi ogni giorno deve capire quale regola applicare, quale modello scaricare, e soprattutto capire come quelle regole verranno diversamente interpretate, non solo dai cittadini ma anche dalle forze di controllo.

Ci adeguiamo tutti (i furbetti ci saranno sempre) anche alle regole che sembrano assurde, e se da oggi bisogna indossare la mascherina, che fino a ieri non sembrava essere utile, facciamolo, ma un po' di buon senso non andrebbe male, se non vogliamo che l'accesso ai supermercati sia eccessivo proprio perché è l'unica uscita autorizzata. Per governare un'emergenza si deve ricorrere alle istituzioni e ai comandi, ma si deve anche puntare sulle persone e sulle regole. Abbiamo capito che non finirà tanto presto questa emergenza, e che non ci sarà il giorno X in cui tutti liberi.

Proprio per questo trovo fondamentale che più che girare con gli altoparlanti per le strade vuote si continui ad educare tutti ad un comportamento responsabile. Rispettare le distanze, evitare raggruppamenti, indossare le protezioni, perché ci verrà chiesto per molto tempo ancora. E perchè immagino che lo Stato non potrà assistere tutti a domicilio, e che l'economia non potrà essere solo online, e va bene restare a casa ma bisognerà pur ripartire senza attendere il giorno "zero contagi".

Qualcuno in realtà non si è mai fermato, segno che è possibile riprendere il lavoro laddove la sicurezza è assicurata, a partire dai lavori che non prevedono contatti sociali, prendersi ad esempio cura delle campagne, degli orti, del territorio, riaprire le librerie e qualche altra attività, uscire da soli o con i bimbi. Sarà una ripresa graduale e per questo ci vuole buon senso fin da subito: graduare le responsabilità, evitare la caccia all'untore, concentrarsi sulle priorità sanitarie e sociali, evitando di colpevolizzare chi, pur rispettando il carico di dolore e di fatica che pesa in modo disuguale, si ostina a vivere.

Roberto Pinter


 

Libertà di pensiero e di azione

Lei, caro Pinter, mi attribuisce frasi che non ho detto: mai parlato di insensibili.

Dentro un'emergenza più complessa, c'è però anche quella di chi si ostina ad uscire. Impossibile paragonare le storie fra loro, ma tutte sono animate da un desiderio di libertà - legittimo e comprensibile - che si scontra però, diventando spesso superficialità e mancanza di rispetto per l'altro, con quanto ci viene chiesto in questo momento per salvare noi e gli altri: stare a casa. Il giornale ha il peso della libertà d'espressione, della necessità di raccontare ciò che sta accadendo, anche facendosi qualche domanda su chi gestisce la situazione, di fronte a un mostro al cospetto del quale in pochi - e anche questo ho e abbiamo sempre scritto - avrebbero saputo come comportarsi. Penso valga sempre la pena di uscire per informarsi, per capire, per esercitare il proprio spirito critico, per aprire finestre sui pensieri.

Ma forse abbiamo un'idea diversa del peso delle cose che scriviamo. Sul resto, lei si risponde da solo, confermando che sarà lunga e difficile: bisogna puntare sulle persone e sulle regole. Alla fine, diciamo la stessa cosa. A me basta la libertà di pensiero. A lei piace anche quella di azione. Ma non si esprime con una corsetta, con un giro in bici o con la ricerca di pretesti per uscire. Se facessimo tutti così?

lettere@ladige.it

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