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La moda del No
al referendum

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Il Direttore risponde sul referendum parlamentari

La moda del No al referendum

Caro direttore, nell’appressarsi del referendum molti paladini dell’abbondanza democratica sentono il dovere di palesarsi sui media a favore del No. Giustamente. Senza che la tv ad ogni stacco pubblicitario insegni cosa bisogna votare per restare alla moda, è deprimente il dover scegliere in sconfortante solitudine un controintuitivo No per dire Sì all’obbligo di mantenere 945 parlamentari.
Poi il No / Sì referendario non lascia la libertà di distrarti un attimo. Da qui l’esigenza di proclamare che il principio attivo del farmaco adatto alla salute politica si chiama No e basta. Glissando, ovvio, sulla necessità di un migliaio di fanfaroni per rappresentare 60 milioni di italiani già ben accessoriati di parlamenti regionali, visto che per 320 milioni di americani il Congresso degli Stati Uniti si accontenta di appena 535 fra deputati e senatori. È anche inutile spiegare che le vere democrazie rappresentative sono quelle pletoriche (qualcuno potrebbe chiedersi: e perché non due-tremila parlamentari?), indipendentemente dalle qualità dei rappresentanti. Infatti, siano 945 o 600 le poltrone disponibili, nessuno pretende che prima, durante e dopo l’assegnazione debbano riguardare solo persone rispondenti a precisi criteri d’idoneità. Perché la civiltà derivante dall’abbondanza democratica consente anche all’individuo più stupido, arrogante e ignorante di diventare deputato o senatore, e finanche primo ministro.
Purché sia votato. Non è, questo, un meraviglioso esempio di giustizia sociale? Dove manca la democrazia, per ottenere risultati simili i prepotenti sono costretti a scatenare guerre civili. Perciò non è certo per miracolo che, senza aver mai lavorato in vita sua, con estrema semplicità un giovanotto in Italia sia diventato ministro del Lavoro, monumento vivente di una leggiadra Repubblica modernamente basata sulla grandiosità del debito pubblico.

Paolo Giardini

I parlamentari, rispettiamoli

Non può parlare di fanfaroni. I parlamentari, inclusi quelli che non hanno una storia, meritano rispetto, perché merita rispetto chi - noi tutti - li ha democraticamente scelti. Fatta questa premessa, non so se parlerei di giustizia sociale. Anche perché gli esclusi sono troppi (c’è chi non vota, chi non sa più come fare e cosa scegliere e anche chi non è poi così libero di candidarsi, considerato che alla fine scelgono partiti e movimenti). Nello specifico, preferisco appunto democrazia.
Condivido invece il suo ragionamento sul sì e sul no. Anche se questa volta è tutto più semplice: dire sì, significa infatti confermare il taglio; dire no significa opporvisi. Dunque c’è una certa linearità.
Interessante anche il suo riferimento alla “moda”. Considerato che sostanzialmente tutti i partiti dicono sì - anche se nel segreto dell’urna forse sarebbero un po’ meno convinti e non si preoccuperebbero della... moda - l’esito sembra a dir poco scontato. Anche se nessuno si è interrogato sulla differenza che c’è fra una riforma (il tema del bicameralismo si poteva affrontare, così come il ruolo di un Senato che potrebbe essere molto diverso) e un taglio che farà solo pensare (ancor di più) che i parlamentari siano inutili. Il paragone con il congresso americano è infine improponibile per più ragioni. Dimenticavo: il problema della qualità della classe politica, ad ogni latitudine, è importantissimo. Ma col taglio non è detto che si lascino a casa i meno meritevoli. Anzi.

lettere@ladige.it

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