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Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi
Seconda semifinale Merli vs Bettega
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Si avvicina allo sprint finale il nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi duello per un posto nella finalissima tra due assi dei motori: lo specialista di corse in salita Christian Merli a confronto con la leggenda del rally, il compianto Attlio Bettega.

Il vincitore sfiderà nella finalissima la tuffatrice Francesca Dallapè, che ha superato in semifinale lo scialpinista Davide Magnini con 1.851 voti contro 1.662.

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Christian Merli secondo Simone Faggioli

Chi meglio del diretto avversario Simone Faggioli potrebbe regalarci un ritratto dei Christian Merli? Da anni duellano sui tracciati di tutta Europa. Si stimano l’un l’altro.
Faggioli, cosa vorrebbe avere o rubare al suo avversario?
«Bella domanda. Lui ha una guida aggressiva, più di me e comprende in minor tempo le reazioni della macchina. Forse è più sporco nell’affrontare il tracciato, ma sempre combattivo sino all’arrivo».
Cosa invidia a Christian?
«Ha un carattere forte e non molla mai. Ha raccolto forse poco rispetto a quello che ha seminato. Sicuramente è uno dei piloti migliori degli ultimi vent’anni. Ha costruito un ottimo team e fatto un bellissimo lavoro».
Siete i protagonisti indiscussi delle cronoscalate. Come vive i momenti pre start?
«Una volta soffrivo maggiormente la pressione. Oggi sono leggermente più tranquillo, visto che i risultati sono arrivati. Ma al semaforo verde c’è grande adrenalina. Ho un avversario che non mi permette il minimo errore».
Dopo ogni manche, vi confrontate?
«Ma certo. Un dialogo sereno. Commentiamo la nostra salita. Lì ho sbagliato, mi sono intraversato ed andiamo assieme a vedere i tempi. Come domenica scorsa, quando Christian dopo la prima manche di gara mi disse d’aver sbagliato alcune cose. Poi aveva il miglior tempo. E ci si congratula a vicenda».
Che rapporti personali avete?
«Ci conosciamo da tantissimi anni. Abbiamo sofferto tensioni, ma sotto sotto c’è amicizia e rispetto».
Mai litigato?
«Non ho ricordi di simili episodi. Più che altro soffriamo delle parole riportate dall’esterno, spesso non veritiere. Insomma, non possiamo vivere male un fine settimana e quando succede cerchiamo di chiarire immediatamente».
Ci parla dell’uomo Christian?
«Carattere buono fino a un certo punto. Quando lo fanno arrabbiare è meglio prendere le distanze. Forse manca la via di mezzo. È una brava persona, ma giustamente può perdere le staffe. Gli altri non sanno cosa vuol dire affrontare una gara con i nostri mezzi».
Stagione terribile il 2020 a causa della pandemia.
«Vero, è così difficile, ma se le cose volgono al meglio, probabilmente qualche gara riusciamo a farla».
Qualche aneddoto?
«Tanti, soprattutto i primi tempi, le prime gare, le prime sfide. Giravamo l’Italia assieme e ci siamo divertiti sia nel pre gara e dopo. Ho vinto io, hai perso tu e altre battute, ma sempre ridendo».
Che idea s’è fatto del concorso dell’Adige?
«Ne avevo sentito parlare. Magnifico. Bello per tutto l’ambiente del nostro sport spesso sottovalutato. Ci alleniamo molto, dobbiamo trovare sponsor, sistemare i nostri mezzi, fare test. È uno sport duro. Forse all’esterno non sanno quanti sacrifici facciamo di gara in gara».
Già, Merli, prima della Croazia ha dovuto smontare totalmente la sua Osella per un problema al telaio. Poi sistemato e ricostruito.
Quindi lui e Giuliano hanno rimontato totalmente il mezzo, giusto in tempo per caricare la macchina sul camion e percorrere la strada sino a Spalato. Nessun test, solo un passaggio di prove e la gara.
Le parole di Simone Faggioli, sincere, tracciano un ulteriore ritratto del driver di Fiavé. Buono, gentile, sereno, senza via di mezzo quando lo fanno incazzare, ma capace di tornare sui suoi passi dopo qualche attimo. Entrambi soffrono i momenti prima della partenza e non amano le pacche sul casco mentre si concentrano. Ovvio, no?


La leggenda di Attilio Bettega secondo Fiorio

Cesare Fiorio, perché dopo 35 anni parlare di Attilio Bettega evoca sempre grande nostalgia e la sua assenza è ancora così sentita tra tifosi, avversari, meccanici ed amici? «Anche a noi manca da 35 anni. È un ricordo incancellabile. Un pilota che parlava poco ed aveva un grande senso di appartenenza al team. Lui aveva dei compiti in seno alla squadra e portava a termine il tutto perfettamente. Veloce e tranquillo. Quando è sparito abbiamo sofferto, molto. Contavamo tantissimo su Attilio. Ho sempre ritenuto fosse l’erede di Munari. Vede, dominare nettamente il Trofeo A112 con una vettura uguale a tutte le altre, ci fece capire che era straordinario. Aveva qualcosa in più. In premio c’era una gara con la Stratos e in Val d’Aosta si classificò immediatamente secondo alle spalle di Munari. Capimmo che era un fenomeno».
Lei ha reso i rally popolarissimi. «Vedevamo cose straordinarie con un seguito che ora non c’è più. Vincemmo il Rally di Montecarlo nel ‘72 e andammo su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali ed esteri. Gare di oltre mille chilometri. Era tutto diverso, ovviamente. Anche i meccanici partecipavano alla competizione. Si organizzavano assistenze appena fuori dalle speciali, trasferimenti alternativi per i furgoni officina e gommisti».
Ci parla del pilota e del lato umano dell’uomo? «Fece il Montecarlo con la Ritmo Abarth sulla neve e sulla speciale regina della gara, il Col del Turinì, davanti a 50 mila spettatori staccò il miglior tempo assoluto. Rimasi stupefatto, sorpreso e mi dissi che quello era il nostro futuro. Avevo investito e puntato moltissimo su Bettega. Calmo, tranquillo, conscio d’essere veloce con qualsiasi vettura. Stratos, Fiat 131 Abarth o Lancia 037. Non c’erano differenze per lui. Un grande campione».
Ebbe il primo pesante incidente in Corsica nel 1982. «Mi aspettavo che quel botto lo rallentasse, ma rimesso in macchina andava come prima. Nessuno shock. Quindi lo vedevo sicuramente protagonista del mondiale e campione per le sue caratteristiche mentali e velocistiche. Mi ripeto: portava in gara vetture con motore anteriore, posteriore, centrale ed era sempre tra i primi in un periodo dove c’erano almeno una decina di piloti che puntavano al vertice».
In un rally mondiale sterrato, forse Acropoli, dopo trenta chilometri di prova, Bettega arrivò a solo 3’’ dal primo. Lei chiese il perché. «Ma certo. Chiesi perché non l’aveva vinta! Rispose che era andato piano. Disarmante».
Già, non raccontò d’aver superato due concorrenti e gareggiato in mezzo alla polvere densa come il talco e con un caldo terribile. Era fatto così. «La sua capacità era fantastica. Portava allo stesso livello qualsiasi tipo di vettura. Uomo incredibile, prezioso e con un futuro luminoso. Apprezzato ed amato da tutti».
Corsica 1985, «Zerubia» quarta prova speciale su asfalto con una lunghezza di 30,600 chilometri. «Noi lo aspettavamo a fine prova, ma non è mai uscito. I primi tre o quattro equipaggi passarono, ma credo non avessero valutato la gravità dell’incidente. Poi si fermò un pilota e ci disse tutto. Una sofferenza immensa. Il futuro era cancellato all’improvviso. Inaspettato, doloroso. Avevamo perso il campione».
Non c’è da meravigliarsi, quindi, se Bettega è nel cuore di tutti. «Mi auguro - conclude Fiorio - vinca il concorso, lo merita. È stato un tuffo nei ricordi».
Fiorio, lei ebbe l’idea di creare, nell’ambito del Motor Show di Bologna, il Trofeo Attilio Bettega. «Vero, a suo tempo avevamo fatto anche questo. Una cosa straordinaria assieme ad Alfredo Cazzola, il patron della manifestazione bolognese. E fu un momento importante, dove parteciparono a partire dal 1985 i migliori rallysti del mondo». 


LA SITUAZIONE NEI TABELLONI

 

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