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Prima il calcio e poi la scuola

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Prima il calcio. Prima i bar. Prima i negozi. Prima qualunque cosa vi venga in mente. Poi la scuola. Benvenuti in un Paese che congela il futuro. Nell’Italia che ritiene che i giovani che si sfiorano bevendo un aperitivo o quelli che non fanno altro che “toccarsi” giocando a calcio rispettino distanze di sicurezza che la scuola non riesce invece a garantire. Benvenuti dove l’idea più stratosferica che potesse farsi venire in testa la coraggiosa autonomia non è stata quella di riportare tutti i giovani in aule di nuove forme (in Trentino certo non mancano prati, boschi, piazzali, palestre, auditorium, sale parrocchiali...), ma quella di riportare in aula, quasi fuori tempo massimo, solo i più piccoli (forse perché i loro genitori esasperati votano?). Beffa nella beffa: operazione che rischia di non riuscire o quasi, considerata l’ostilità trasversale di chi dichiara di non essere in grado di riaprire le scuole dell’infanzia. Come se l’idea di riaprire un asilo - anch’io amo chiamarlo ancora così - fosse una sorta di progetto rivoluzionario e imprevedibile. Qualcosa di inatteso: un ostacolo insormontabile.

La parola d’ordine per bloccare tutto - e non va certo sottovalutata - è diventata sicurezza. Ma come si fa a forzare un muro di dubbi se su ogni mattone si scrive la parola salute? Non si forza. Nel piano di rilancio che il comitato guidato da Vittorio Colao ha presentato in queste ore al presidente del consiglio si parla molto di scuola, di università e di ricerca e si parla di un gigantesco piano di assunzioni di giovani per digitalizzare la pubblica amministrazione. Parole declinate al futuro, mentre qui ci sfugge di mano il presente.

Sempre Colao parla di una pubblica amministrazione alleata dei cittadini, di formazione per tutti e di individui e famiglie in una società più inclusiva ed equa. Ma se c’è una cosa che il Covid-19 ci ha sbattuto in faccia in questi interminabili mesi, senza guardare il dramma di un razzismo immortale di cui ci sta riempiendo gli occhi l’America, è che non esiste una società equa. Catherine Camus, figlia del più volte citato autore della «Peste», Albert, ha detto che la Francia dovrebbe sostituire la parola uguaglianza con la parola solidarietà: perché l’uguaglianza è irraggiungibile, mentre la solidarietà è possibile. Proprio Camus, nel suo testo sacro, scrive che «non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva». Una storia che oggi non si può che scrivere in scuole che hanno perso un anno che, per molti studenti, in un certo senso non tornerà più. Parlate con qualche professore. Vi dirà che i bravi si sono applicati più del solito, anche sfruttando al meglio la tecnologia, e che chi faticava si è di fatto chiamato fuori, anche sfruttando al peggio la tecnologia. Non due velocità: studenti che corrono e studenti che restano fermi. Ma non c’è stato modo di far diventare gli uni e gli altri una priorità.

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