Salta al contenuto principale

L'arte di Aldo Pancheri

al GranHotel Trento

L'artista si racconta

Chiudi
Apri
Per approfondire: 
Tempo di lettura: 
5 minuti 14 secondi

Con la mostra attualmente in corso al GranHotel Trento, organizzata dal Centro d'Arte La Fonte guidato da Weimer Perinelli, Aldo Pancheri riprende il suo viaggio nel colore e nel segno, dopo la forzata pausa di questi lunghi mesi di limitata socialità, in un percorso che presenta le tappe fondamentali di una ricerca che nel corso degli anni ha trovato una propria identità e riconoscibilità.
«Il mondo è grande - spiega Pancheri - viviamo in una dimensione dilatata, globale. Tutto ciò che vediamo ci influenza, passa dentro di noi, cattura la nostra attenzione. Per questo io spesso rubo immagini, faccio mio ciò che vedo e se mi coinvolge, lo inserisco nei miei quadri. Questo mio bisogno di rubare nasce dal fatto che sono cresciuto in mezzo all'arte. Come potevo non rimanere incantato davanti alle opere dello zio Gino? Dai suoi cataloghi ho imparato a conoscere fin da piccolo il lavoro di Mantegna, Giotto, Masaccio, ma anche di Van Gogh e dei più importanti artisti delle avanguardie. Tutte le esperienze, anche quelle lontane, rimangono allo stato latente per poi inaspettatamente riemergere sotto altra forma. E così anche la realtà in cui viviamo può diventare motivo di attenzione, può essere guardata, catturata e trasformata dentro l'opera d'arte».
Instancabilmente propositivo e creativo, Aldo Pancheri aveva in programma una mostra in Giappone e una New York, programma che sicuramente porterà a termine. Quando tutto tornerà alla normalità l'Arte Timbrica, a cui Pancheri ha dato, nel 2014, la paternità di movimento contemporaneo, tornerà a far parlare di sé anche oltre oceano.
Quali motivazioni l'hanno spinta a dare vita a un nuovo movimento, che rivendica la forza espressiva della pittura e la chiarezza del messaggio?
«Prima di tutto la considerazione della signora Emiliana Giordano, al momento segretaria dell'amministratore delegato alla Mondadori: "Caro Pancheri, lei lavora con coraggio, costanza e grande impegno ma è come fosse in un cono d'ombra. Non può combattere contro la propria epoca, deve avere un'idea come i tagli per Lucio Fontana o qualcosa di simile". Ma anche la frequentazione di Attilio Rossi, fondatore e direttore della rivista "Campo grafico", mi ha avvicinato nel tempo all'idea dell'arte timbrica. Come tutti sappiamo l'uso dei timbri risale a circa diecimila anni fa, ma la grande innovazione del nostro tempo è che il disegno che determina il timbro può essere solo di chi ne ha il copyright. Da qui l'idea di invitare gli artisti che conosco e stimo ad un dialogo fattivo fra tutte le arti figurative, dalla pittura alla ceramica, dal design alla moda. Gli artisti che aderiscono al gruppo Arte Timbrica non rinunciano al loro mondo poetico, ma colgono nella stampigliatura, quale nuovo elemento identificativo, una ulteriore possibilità espressiva».
Le sue superfici mettono in relazione geometria, paesaggio e segno nell'intento di raccontare situazioni emotive che hanno come referente il dato di realtà. Quanto questi tre elementi, nel corso della tua lunga carriera, hanno dialogato fra loro?
«Personalmente ho fatto delle scelte di tecniche e soggetti diversi in rapporto all'ambiente artistico in cui ho vissuto, ma anche ai cambiamenti legati, alle esperienze e all'imprevedibilità della vita. Ho fatto mio fin da giovane il pensiero di Mallarmé "definire è uccidere, suggerire è creare"».
Dal frottage, dalla pittura ad olio dei suoi inizi, alla multimedialità delle attuali superfici pittoriche, il suo pensiero creativo ha saputo cogliere le potenzialità del nostro tempo, senza mai rinunciare a quelle preziose conoscenze acquisite con gli studi accademici, ma anche con la frequentazione di ambienti artistici stimolanti, come quelli, ad esempio, della Milano degli anni'70 e '80. Quali sono state le sue figure di riferimento?
«Prima di tutto mio padre Renato al quale riconosco il grande merito di avermi lasciato nell'espressione artistica la massima libertà. Anche quando si accorgeva che il mio modo di lavorare era diverso dal suo, non ha mai cercato di riportarmi sulla sua strada. Non ha mai messo un limite al mio fare, mi ha sempre incoraggiato ad andare avanti. Certo io sono cresciuto a contatto con i suoi paesaggi, i suoi colori accesi che leggevano l'anima delle stagioni e credo che qualcosa dentro di me sia rimasto Importante poi è stato il rapporto con Aldo Schmid, con il quale ho condiviso lo studio in Via Galilei a Trento; l'amicizia con l'architetto Luciano Baldessari e la generosa disponibilità, nei confronti miei e di mia moglie, da parte dell'architetto Zita Mosca, sua collaboratrice e compagna di vita. Ma anche la frequentazione di molti artisti milanesi e non a cominciare da Sergio Dangelo, Romano Perusini, Adalberto Borioli, Shuhei Matsuyama, Rudolf Haas credo abbia concorso alla formazione della mia personalità artistica».
Il poeta Alfonso Gatto ha colto in lei, fin da subito, commentando la sua prima esposizione personale nel 1954 alla Sala degli Specchi di Trento, una potenzialità espressiva da incoraggiare. Dopo 70 anni di intensa attività, quel "volto di bambino triste e stupito" di cui il poeta con grande tenerezza ha fermato l'espressione, è ancora lo specchio di un sentire profondo e dinamico. Che significato hanno per lei le parole tristezza e stupore, calate nella sua arte e nella nostra contemporaneità?
«Probabilmente in quel primo incontro, io avevo 13 anni, Gatto percepì lo stupore di un bambino che si sentiva al centro di un'attenzione non meritata, imprevista e la tristezza quale senso di colpa anche se del tutto irrazionale. Come si sa nel momento dei balletti russi a Roma Djagilev aveva detto a Cocteau"stupiscimi!" In quel momento l'artista russo collaborava con Stravinskij, Picasso e in parte anche con Fortunato Depero. Ora tutti vogliono stupire, ma proprio per questo la nostra epoca ha perso la propria centralità e possiamo dichiararla un'epoca regressiva. Mi sono fatto un motto "nel peggio il meglio" per cui voglio guardare con serenità anche al futuro dell'arte».
L'esposizione attualmente in corso all'Grand Hotel Trento propone una chiara lettura dei temi principali della sua ricerca artistica dai ritratti, alle composizioni figurative in spazi geometrici, ai paesaggi di Arte Timbrica. Quali sono stati i principi fondanti della sua pittura e quali gli elementi di innovazione?
«La capacità tecnica è alla base di ogni opera. Come sappiamo i greci indicavano con "téchne" anche l'arte non facendo distinzione tra le norme applicate in un'attività sia essa esclusivamente intellettuale che manuale. Gli elementi di innovazione sono fondamentalmente legati all'uso del computer che presuppone la collaborazione di persone amiche e anche un feeling intellettuale ed emotivo come al tempo delle botteghe d'arte rinascimentali».

L'utilizzo della piattaforma dei commenti prevede l'invio di alcune informazioni al fornitore del servizio DISQUS. Utilizzare il form equivale ad acconsentire al trattamento dei dati tramite azione positiva. Per maggiori informazioni visualizza la Privacy Policy