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I giovani sono
un “bene collettivo”

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Scuole, didattica a distanza, trasporti, mascherine e assembramenti: tanti danno la colpa ai giovani, ma essi sono il nostro futuro. La lettera di oggi, e la risposta del nostro Direttore.

I giovani sono
un “bene collettivo”

Davvero stiamo gettando la spugna? Davvero stiamo dicendo ai nostri ragazzi «non potete andare a scuola perché non siamo stati in grado di organizzare i trasporti in sicurezza»?
Dei ragazzi delle superiori si parla poco, e si è parlato poco finora, perché sono quelli la cui “reclusione” scolastica, nell’immediato, impatta meno sul sistema sociale: si arrangiano, le mamme non devono stare a casa con loro, sono autonomi con i compiti.
Vero. Ma questi quattordicenni che ci sembrano lontani dall’essere adulti e di cui ci dovremmo occupare in questa fase della loro vita, tra pochissimo saranno coloro che decideranno per noi, come noi oggi facciamo per loro.
Guardateli negli occhi: sono la futura (e di un futuro molto prossimo) classe dirigente, sono la futura forza lavoro. Tra poco, pochissimo tempo (10 anni? Quanti anni avrete voi fra 10 anni?) cominceranno a sostituirci nelle istituzioni, nelle aziende, nelle associazioni. E decideranno loro, anche per noi.
Quindi quanto è importante investire su di loro? Quanto è importante preservare la loro formazione? Moltissimo, a nostro avviso.
La loro formazione non è un problema delle loro famiglie. La loro formazione, la loro cultura, la loro mobilità sociale (quella che solo la scuola può dare) è affare di tutti noi. Tutti noi abbiamo diritto e interesse a che questi ragazzi studino nel miglior modo possibile. Perchè tutti noi abbiamo diritto ad avere adulti che ci guidino con consapevolezza e spirito critico.
Un ulteriore anno scolastico in modalità DAD avrà conseguenze catastrofiche: molti, troppi rimarranno indietro. E a quelli che riusciranno a tenere il passo, consegneremo comunque un messaggio pericolosissimo: che la società non li considera un “bene collettivo” primario di cui occuparsi e su cui investire per sperare di avere un futuro migliore del nostro presente, ma solo un “problema familiare”. E il divario sociale fra chi è già avvantaggiato per nascita e chi non lo è, diventerà una voragine. Una voragine che ci inghiottirà tutti, se non cambiamo politica sulla scuola, mettendola al centro del nostro essere società evoluta.

Vea Carpi, Renzo Moser


 

Se la scuola non è considerata strategica

È davvero incredibile: sapevamo tutti che sarebbe andata a finire così, ma... è andata comunque a finire così. La scuola non viene considerata strategica e nessuno coglie che il problema - come giustamente scrivete - non riguarda solo il nostro presente, ma anche e soprattutto il nostro futuro. Perché considerare adulti in ogni senso autonomi i quattordicenni o i dodicenni (questo significa infatti pensare che possano stare a casa da soli, che possano seguire le lezioni con attenzione e che abbiano tutti i mezzi per farlo) è un errore (e un orrore) strategico, è una scelta senza prospettive. Sia chiaro: capisco bene chi sostiene - come ha scritto il professor Battiston sul nostro giornale - che ci sia un nesso evidente fra il ritorno a scuola e l’esplosione dei contagi. Ma parliamo di trasporti e di assembramenti di ragazzi (all’esterno) che nulla hanno a che fare con gli assembramenti di idee e di pensieri (necessari, vitali, fondamentali) che ci sono nelle aule.
Se il problema era ed è quello dei trasporti, si doveva intervenire subito, capendo che le alternative - in un’Italia che fra l’altro vive situazioni diverse in ogni contesto - sarebbero state molte. Basta parlare con un qualsiasi dirigente scolastico per capire che la scuola si è organizzata e che è pronta a mille alternative (entrate e uscite differenziate, orari diversi, spazi usati con fantasia, riscoperta dei luoghi all’aperto...).
C’è una sola cosa che i dirigenti non hanno giustamente considerato, riorganizzando tutto il loro lavoro e quello dei loro docenti e dei loro discenti: che la scuola potesse davvero chiudere, che una generazione, per dirla con voi, non venisse considerata un bene collettivo.

lettere@ladige.it

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