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«Politica e soldi hanno ucciso

il WeAreNext Festival»

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Pareva tutto troppo bello. Una città piena di giovani (e non), viva, frizzante, con concerti adatti a ogni gusto, dal jazz alla classica, passando per rock e dj, con degli headliner di livello internazionale. Una tre giorni di Festival, con una formula unica e originale. Dove? A Berlino? In Inghilterra? Pare impossibile ma no: in Trentino, più precisamente a Rovereto, città della cultura per eccellenza. E qui arriva la doccia gelata, che in questi giorni di afa potrebbe essere anche piacevole, ma in questo caso non lo è. A due mesi dall’evento arriva la notizia: tutto cancellato, non si farà nulla, era tutto uno «scherzetto». «Ah ecco, tutto normale quindi. Tutto secondo copione, pareva troppo bello per essere vero»: questo, più o meno, il tenore dei commenti che si leggono in rete, da parte di tanti giovani disillusi, che forse non hanno nemmeno più la forza di piangere o di arrabbiarsi. 

Ormai la storia del We Are Next Festival, il primo Festival musicale morto ancora prima di suonare la prima nota, la sanno tutti. La data di nascita ufficiale non c’è: nella testa dell’ex sindaco di Rovereto Andrea Miorandi l’idea è nata un paio di anni fa, la voce è iniziata a circolare a inizio 2015, una prima ufficializzazione è arrivata l’1 maggio. Nemmeno la data di morte è ufficiale, anche se il 24 maggio, giorno del ballottaggio elettorale a Rovereto che ha visto vincere Valduga e perdere Miorandi potrebbe essere una data simbolicamente efficace. In ogni caso, tutto sommato, chi se ne frega di quando è nato e quando è morto il We Are Next? Il punto è che è morto. Non suicida, è morto ammazzato. Una morte, come accennato, che non sorprende più di tanto. Avrebbe sorpreso di più, probabilmente, se avesse avuto una vita lunga e felice. Ma l’assassino? Tipico caso italiano di omicidio irrisolto? Gli inquirenti, a quanto pare, stanno indagando su due potenziali assassini: i soldi e la politica. Ma uno dei due tira in ballo un terzo nome: l’organizzazione. Il processo, sommario, è in corso. Come finirà, chi sarà assolto e chi condannato, è poco importante: in tanti piangono il We Are Next, senza pretendere un colpevole.

Abbiamo parlato di tutto quello che è accaduto con uno dei protagonisti, quello con meno potere ma probabilmente quello che ha sofferto di più per la morte del WAN: Cristian Longo, presidente dell’associale culturale Double House. Sono passati dieci giorni da quando è stata staccata la spina al We Are Next e Cristian, che ci tiene a non parlare a nome suo ma a quello di tutta l’associazione e, perché no, di tanti ragazzi e persone, non ha ancora ingoiato il rospo.
«La cancellazione del Festival non è una sconfitta mia, di Miorandi, di Valduga o dei giovani: è una sconfitta per Rovereto. Nello stesso senso se il Festival si fosse svolto e fosse stato un successo, non sarebbe stata una vittoria né mia, né di Miorandi, né di Valduga: sarebbe stata una vittoria della città». 

Partiamo dal mea culpa: dove avete sbagliato? Cosa non rifareste? Quale è stato l’errore?
«Di sicuro siamo arrivati un po’ lunghi in alcune fasi dell’organizzazione: d’altra parte sarebbe stata la data zero, e questo implica maggiori difficoltà in tutto, dalla selezione degli artisti alla logistica, dalla pubblicizzare l’evento al coinvolgere le persone. Ma questo è normale, lo sapevamo perché non siamo degli sprovveduti come ci hanno dipinti. Inoltre le ultime settimane le abbiamo vissute in un clima di incertezza politica e non sapevamo come e quando muoverci».
Tutta una questione di soldi?
«Io non ne posso più del mantra “Non ci sono soldi”. Ci avessero detto “Non vogliamo fare questa cosa. Punto” sarebbe stato meglio, invece di tirare in ballo ancora una volta i soldi. Le tasse sono sempre le stesse, anzi più alte, e si taglia su tutto: c’è qualcosa che non torna… A Rovereto tutta la campagna elettorale ha riguardato progetti di tangenziale da 75 milioni di euro, e non ce ne sono 200 mila per portare il nome di Rovereto in tutta Italia? La cosa triste è che quando interviene la politica non si va da nessuna parte. Hanno tirato in ballo i soldi degli sponsor privati, ma quelli c’erano: è ovvio che un privato non firmi un contratto mesi e mesi prima di un evento. Chi ti può dare X mila euro a febbraio, sette mesi prima? Avevamo gli accordi pronti, con aziende locali e nazionali. Capitolo biglietti venduti e quindi incassi: come si fa a sapere mesi prima quante persone parteciperanno? Si possono fare dei calcoli, delle proiezioni, ma è impossibile avere un numero. In una settimana di vendite (una settimana sola perché poi di fatto tutto si è fermato) abbiamo venduto mille biglietti. Senza pubblicità e comunicazione non era un brutto numero. Noi eravamo e siamo convinti che i nomi in cartellone avrebbero attirato tante persone. Vuoi un numero per quel “tante”? Ti dico che Marracash costava 15.000 euro, con 2.000 biglietti, un numero non certo impossibile, avremmo incassato 20.000 euro. Calcoli semplicistici, senza dubbio, ma all’edizione zero di Glastonbury o di Pistoia Blues pensi avessero in mano i conti al centesimo? Hanno investito su un’idea e sulla qualità di un prodotto, il tempo ha detto che la scelta è stata vincente. Logistica e organizzazione: avremmo dovuto ad aprile convocare volontari e forze dell’ordine per piani sicurezza e simili? Non scherziamo, queste cose si fanno solo qualche giorno prima».
Non siete partiti per questa edizione zero puntando troppo alto?
«Che il progetto fosse ambizioso non c’è dubbio. D’altra parte si trattava di un’idea unica in Italia e forse anche al mondo. Inizialmente ci hanno proposto come headliner un “pacchetto” con Offspring, Sum 41 e Simple Plan, tutti in data unica in Italia. Poi abbiamo deciso di puntare su altri nomi, grazie ai nostri interlocutori di Vivo Concerti, persone che da decenni lavorano in questo mondo, che hanno organizzato Campovolo, giusto per fare un esempio, non certo dei pivelli. Anche i nomi fatti per l’eventuale edizione 2016, soprattutto Blur e Radiohead, erano assolutamente reali. L’idea di una città festival era, d’altra parte, assolutamente nuova e originale e avrebbe permesso di attirare nomi di altissimo livello. Ti svelo una curiosità: uno dei nomi in ballo inizialmente per l’evento era Occupy Rovereto, ma alla fine si è optato per We Are Next (la famosa frase di Brian Epstein, primo manager dei The Beatles, che stava ad indicare come i Fab Four fossero il futuro, fossero avanti) anche per non dare una connotazione politica all’iniziativa. Purtroppo poi la politica ha ucciso l’iniziativa: si è badato ai costi e non alle ricadute, peccato, si è persa una grande opportunità».
Si è parlato anche di sovrapposizioni con altri eventi.
«Il Palio della Quercia sarà l’8 settembre, due giorni dopo la data di chiusura del fu We Are Next. E con Oriente Occidente il rapporto è talmente buono che non ci sarebbe stato alcun problema. La verità sul no non è mai emersa e mai emergerà. Facciamo prima a bollare e archiviare il tutto con “questione politica ed economica”, ma dispiace che nessuno, prima di decidere, abbia parlato a fondo con i commercianti, con i giovani, con le tante associazioni che avrebbero dato una mano».
Il futuro?
«Beh, ovviamente We Are Next non ha futuro: abbiamo fatto una figuraccia a livello nazionale, ormai quel nome è morto. Tuttavia già in questi giorni altre città, non necessariamente i sindaci o i politici, ma associazioni e persone, si sono interessate al format, che noi saremmo pronti a cedere. Gratuitamente, of course. Perché non è tutto una questione di soldi».
Quali città?
«Ti dico Bolzano e Riva del Garda, solo per restare in zona».

Chissà, quindi, che l'idea di una città musicale non possa vedere la luce da qualche altra parte. Se fosse a Bolzano, per il campanilismo trentino, oltre al danno ci sarebbe pure la beffa. Si vedrà. Intanto vi segnaliamo che su Amazon si trovano i dvd dei concerti di Subsonica e Franz Ferdinand. Ma non alzate troppo il volume: potreste disturbare la quiete pubblica. E non spendete troppo per comprarli: non ci sono soldi...

IL DOCUMENTO UFFICIALE CON IDEA E COSTI DEL WE ARE NEXT

 

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