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Omicidio Perraro, Manfrini è a casa

Potrà aspettare il processo

agli arresti domiciliari 

 

L'uomo era già uscito di cella una prima volta durante il lockdown per il Covid

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Marco Manfrini è a casa e da lì aspetterà il processo che lo attende per la morte della moglie Eleonora Perraro. Il Tribunale del Riesame ha sciolto ieri la riserva, e ha accolto in toto il suo ricorso: secondo il collegio presieduto dal giudice Guglielmo Avolio non ci sono estremi per mantenere Manfrini in custodia cautelare in carcere. Un provvedimento che a Manfrini ha aperto le porte di Spini già ieri.

Per capire cosa sia accaduto, tocca ricordare le tappe della vicenda e spiegare qualche dettaglio tecnico. Perché non è solo su questo piano che l’avvocato Elena Cainelli è riuscita a far liberare il suo assistito, ma il punto giuridico è stato dirimente. Manfrini, si ricorderà, era stato incarcerato con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato fin dal 5 settembre scorso, giorno in cui si era svegliato a fianco del corpo ormai senza vita della moglie, uccisa da un’aggressione violentissima, nel giardino del Sesto Grado di Nago, dove i due avevano trascorso la notte. Lui ha sempre detto di non ricordare nulla di quanto accaduto, ma per gli inquirenti non c’è stato mai alcun dubbio: tutti gli elementi puntavano su di lui. Ecco il perché dell’arresto.

Poi è arrivato Covid. Ed è arrivata l’istanza - accolta - di far uscire Manfrini dal carcere per motivi di salute. In sintesi, si è sostenuto che l’uomo fosse un soggetto a rischio -aveva avuto una polmonite - e che in caso di contagio in carcere sarebbe stato impossibile curarlo come necessario. Una tesi che ha a suo tempo convinto il Gip: l’uomo è stato mandato a casa, per tutto il lockdown.

A luglio, ad emergenza finita, è stato riportato in cella. Da qui il ricorso al Riesame.
Un principio cardine del nostro ordinamento, per quanto riguarda le misure cautelari (quelle cioè prese prima di una sentenza di condanna) è che se nel corso di un procedimento è stata decisa una misura meno restrittiva, non si può più tornare indietro, a meno che non subentrino elementi nuovi, come nuovi indizi di colpevolezza o tentativi di fuga o nuovi elementi, comunque tali da ritenere necessario aggravare la misura cautelare. Questo è il punto nodale in questo caso. La difesa ha evidenziato che la misura cautelare era stata già resa meno afflittiva, dipendesse da Covid o da altro poco importa: il Gip aveva ritenuto sufficienti gli arresti domiciliari.

Quindi indietro il codice non consente di tornare.
Di tutt’altro avviso l’accusa e le parti civili - sia l’avvocato trentino Luca Pontalti sia i colleghi roveretani Claudio Losi e Andrea Tomasi hanno presentato memorie - che hanno ribadito una tesi opposta: la scelta dei domiciliari era stata frutto non di una valutazione giuridica, ma dell’emergenza Covid. Va contestualizzata, le regole dell’impossibilità di tornare indietro non valgono. Evidentemente il Tribunale della Libertà è stato di tutt’altro avviso. Ieri è stato notificato all’imputato e alla sua difesa il provvedimento: il ricorso è stato accolto sia per motivi strettamente giuridici (una misura cautelare meno afflittiva era già stata concessa), sia per una valutazione sostanziale: allo stato attuale, secondo il Riesame, considerato il comportamento dell’imputato, gli arresti domiciliari sembrano la misura cautelare più adatta.

Facile immaginare la soddisfazione della difesa, ma altrettanto scontata è la frustrazione delle parti civili. La famiglia di Eleonora Perraro ha vissuto momenti davvero difficili, da quel 5 settembre 2019, quando Eleonora, figlia e sorella di soli 43 anni, è stata portata via da una violenza difficilmente spiegabile. Quando durante il lockdown Manfrini è stato mandato a casa, la mamma di Eleonora aveva già chiarito non solo di essere sconvolta, ma di temere anche per la propria incolumità. Un’angoscia destinata a crescere, fino al processo, in Corte d’Assise. Per il quale ci vorrà tempo: non è ancora stata fissata l’udienza preliminare.

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