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Rovereto punta sulla seta: in città un'area a gelsi e coltivazione dei bachi

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Per rilanciare l’asfittica economia si è deciso di tornare al passato. Puntando sulla seta che, nel Settecento, ha proiettato Rovereto e la Vallagarina nel firmamento europeo - determinandone la crescita urbanistica, culturale e ovviamente di ricchezza valutaria - e che poi è stata sacrificata sull’altare della modernità nel secondo Dopoguerra. Lasciando sul territorio, chiaramente, «souvenir» abbandonati a lungo come i filatoi Colle Masotti e Bettini, quello di Piazzo e palazzi storici realizzati proprio nell’epoca d’oro della valle.
Da tempo si ragiona per recuperare opifici e argomento (rogge comprese) a scopo turistico.

Ma gli studi di settore hanno aperto una breccia alla voce produzione. Ed ecco che palazzo Pretorio ha deciso di riprendere la seta in chiave di prodotto da coltivare e realizzare e, ovviamente, creare nuovi posti di lavoro. Tant’è che tra Rovereto, Villa Lagarina, Ala, Comunità della Vallagarina e Provincia è stato sottoscritto un protocollo d’intesa che, di fatto, fa nascere il Distretto della seta del Basso Trentino. Con l’obiettivo di reintrodurre il gelso e relativa bachicoltura e pure le fabbriche del tessuto. Lo scopo è infilarsi nel nuovo mercato del filato, soprattutto nel settore del lusso, moda e gioielleria in primis ma anche medicina.
Il primo a partire sarà proprio Rovereto che ha individuato un campo pubblico per l’esordio della gelsi-bachicoltura. Si tratta dall’orto San Marco (la ex proprietà Salvaterra in via Pasqui, davanti al cimitero), quello acquisito dopo un lunghissimo contenzioso per ampliare il camposanto che nel frattempo è diventato autosufficiente. Lì si coltiverà la seta e l’impresa sarà privata.
Il Comune, alcuni mesi fa, ha infatti varato un bando per affittare l’intero spazio che se l’è aggiudicato la società agricola Lagarina di Villa che lo lavorerà per almeno nove anni. La volontà di palazzo Pretorio, come detto, è realizzare un distretto culturale ed economico della seta.

La ditta Lagarina, oltre allo sviluppo delle colture, allestirà una casetta didattica ed un percorso per visitatori. Sono previste poi delle coperture a protezione e allungamento del ciclo produttivo delle produzioni orticole, per la lavorazione dei prodotti e l’allevamento del baco da seta (bachicoltura).
La società di Villa, tra l’altro, può vantare una fitta rete di collaborazioni con realtà istituzionali, associazionistiche e private del territorio.

L’attività didattica e divulgativa sarà garantita con l’individuazione di una coordinatrice qualificata e la costituzione di un gruppo di lavoro con esperti di settore. Si punta ovviamente a sottolineare la complementarietà rispetto a quella agricola per l’importante ruolo nella tutela del territorio e del paesaggio, nella conservazione della biodiversità, nell’educazione alla sostenibilità, nella promozione turistica, nella conoscenza del patrimonio enogastronomico locale, nella trasmissione della cultura agricola e delle tradizioni rurali e nell’offerta dei servizi a persone svantaggiate e fasce deboli della popolazione.
Tutte le attività sono accomunate da uno slogan, legato strettamente alla bachicoltura: «Storia di un filo, un filo di storie».

Insomma, quello che sta per nascere è un orto urbano in piena osmosi con la città, dove la cittadinanza avrà libero accesso per momenti personali di relax e lettura, o per approfondimenti grazie alla collaborazione con le librerie della città.
Nell’area ex Salvaterra davanti al cimitero di San Marco, inoltre, si dovrà integrare, secondo un approccio sistemico, eventuali altre coltivazioni come ortaggi o piante compatibili con il gelso, comprendendo la produzione e la rivendita in loco, ma pure valorizzare il fondo prevedendo colture biologiche secondo i protocolli e le norme vigenti e ricercare le opportune collaborazioni per avviare progetti di sperimentazione in collegamento con Crea (Centro di ricerca agricoltura e ambiente), in particolare con la stazione sperimentale di bachicoltura di Padova, con il dipartimento di ingegneria industriale e dell’informazione dell’Università di Trento e in specifico con i laboratori di bioingegneria industriale e la Fondazione Edmund Mach.

 

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