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La «rivoluzione» della sanità territoriale

piano da 13 milioni, quasi tutti dallo Stato

per 112, infermieri di famiglia e RSA

Insorgono i sindacati: «Nemmeno informati dei cambi»

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Una vera «rivoluzione» nell’organizzazione della sanità e dell’assistenza in Trentino: è stata approvata ieri dalla Giunta provinciale. Tecnicamente si tratta di uno strumento per gestire l’emergenza da Coronavirus. Si tratta del «Piano di potenziamento e riorganizzazione della rete assistenziale territoriale» il cui impegno di spesa annuo è stimato in complessivi 13.709.527,27 euro a fronte di un finanziamento statale complessivo per la Provincia di Trento sull’anno 2020 pari a 13.322.284 euro. Praticamente: la Provincia decide, quasi tutti i soldie li mette lo Stato.

Un comunicato della giunta provinciale ci spiega: «Il Piano, nel quale si stima l’assunzione a tempo indeterminato di una sessantina di figure fra infermieri, medici e altro personale, prevede l’implementazione del sistema di accertamento diagnostico, di monitoraggio e sorveglianza non solo della circolazione del virus, ma anche dei casi confermati e dei loro contatti per intercettare tempestivamente eventuali focolai di trasmissione del virus. Fondamentale risulta poi assicurare sempre più la presa in carico precoce dei pazienti contagiati e di quelli in isolamento, potenziare l’assistenza domiciliare con la previsione graduale della reperibilità notturna e quella infermieristica con l’introduzione della nuova figura dell’infermiere di famiglia/comunità.

Cuore del Piano poi il coordinamento unitario, anche tramite la Centrale Operativa provinciale e le Unità speciali di continuità assistenziale, che consente di condividere indicazioni, protocolli, indirizzi, dati e risorse anche strumentali in maniera tempestiva e capillare da parte di tutti gli operatori, fornendo contestualmente informazioni e orientando l’utenza verso i percorsi corretti».

Ecco nel dettaglio le aree di intervento del Piano:

Identificazione e sorveglianza attiva nella popolazione generale e nelle RSA: costo annuo previsto: 5,6 milioni di euro di cui 1 milione per per assunzioni a tempo indeterminato (5 medici+2 infermieri+4 di altro personale), 2,5 milioni di euro per assunzioni a tempo determinato e i rimanenti per altri costi.

Per gestire l’eventuale nuova fase pandemica il Dipartimento di Prevenzione e le UU.OO di Cure primarie vengono dotate di équipe dedicate a cui affidare rispettivamente: l’attività di monitoraggio quotidiano dei casi, di contact tracing e di identificazione precoce e spegnimento dei focolai attraverso gli strumenti di tracciamento, isolamento fiduciario e quarantena e l’attività di diagnosi e di screening tramite l’esecuzione di tamponi virologici (Dipartimento di prevenzione); la presa in carico dei pazienti a domicilio (Cure primarie).

Per le RSA, il modello di gestione sanitaria richiede un ripensamento nei modelli di governance e assistenza a livello provinciale puntando a una maggior qualificazione e integrazione organizzativa a livello provinciale. Saranno individuati in APSS specifiche funzioni di supporto clinico-organizzativo di sanità pubblica a favore delle RSA afferenti sia alla direzione sanitaria che al Dipartimento Prevenzione. A livello di RSA l’intervento prioritario riguarda la funzione di direzione sanitaria delle strutture. In prospettiva, il modello dovrà evolversi garantendo una crescente integrazione delle competenze clinico-assistenziali, ovvero un continuum tra funzione territoriale e residenziale.

Potenziamento assistenza domiciliare: costo annuo previsto: 800mila euro per assunzioni a tempo indeterminato (17 infermieri).

Al fine di migliorare la risposta assistenziale ai pazienti fragili e pazienti Covid positivi che richiedono monitoraggio clinico continuativo, si realizzerà il potenziamento dell’assistenza dell’assistenza infermieristica domiciliare, attualmente garantita dalle 8.00 alle 20.00, 7 giorni su 7 con presenza differenziata nei diversi territori. E questo grazie all’introduzione progressiva della reperibilità notturna dalle ore 20.00 alle ore 8.00 a favore di pazienti selezionati (instabili, a rischio di scompenso, terminali, etc), attivabile attraverso la centrale operativa 116117.


Rafforzamento dei servizi infermieristici territoriali – infermiere di famiglia: costo annuo previsto: 2,6 milioni di euro, di cui 1,2 per assunzioni a tempo indeterminato (21 infermieri) e 1,4 milioni di euro per assunzioni a tempo determinato (30 infermieri).
Con l’introduzione dell’infermiere di famiglia o di comunità si persegue l’obiettivo, nelle fasi di emergenza, di rafforzare i servizi infermieristici e di potenziare la presa in carico sul territorio dei soggetti infettati da SARSCoV-2, anche coadiuvando le Unità speciali di continuità assistenziale (USCA) e i servizi offerti dalle cure primarie.

Tale figura fortemente orientata alla gestione proattiva della salute, in prospettiva opererà rispondendo ai bisogni di salute della popolazione di uno specifico ambito territoriale e comunitario di riferimento, favorendo l’integrazione sanitaria e sociale dei servizi, fornendo prestazioni dirette sulle persone assistite qualora necessarie. Si aggiunge inoltre ed integra la presenza infermieristica nei servizi cure domiciliari.

Potenziamento delle unità speciali di continuità assistenziale (USCA): costo annuo previsto: euro 1 milione di euro di 850mila per assunzioni a tempo determinato di medici della continuità assistenziale e i rimanenti per assunzioni di assistenti sociali.

Al fine di consolidare ed integrare il modello attivato in corso di epidemia, viene prorogata l’esperienza delle USCA attivate ancora nel marzo 2020 fino al termine dello stato di emergenza per la pandemia da Covid19, prevedendo complessivamente la destinazione di 16 medici e l’inserimento di 5 assistenti sociali a tempo determinato; questi ultimi andranno a integrarsi con il modello sperimentale di Spazio Argento ove attivato.

Centrale operativa provinciale e numero europeo armonizzato 116117: costo annuo previsto: 2,7 milioni di euro

di cui 400mila euro per assunzioni a tempo indeterminato (10 unità di personale laico), 700mila euro per assunzioni a tempo determinato (15 unità di altro personale) e 1,6 milioni per infrastruttura.
La Centrale operativa 116117, prevista con deliberazione lo scorso 17 luglio, nell’attuale contesto di emergenza pandemica, assorbirà anche le competenze della centrale operativa prevista dal “Decreto Rilancio”, in particolare svolgendo le funzioni in raccordo con tutti i servizi e con il sistema di emergenza urgenza, anche mediante strumenti informativi e di telemedicina.

Insorgono però i sindacati, con una dura nota della Funzione Pubblica Cgil: «Apprendiamo, di nuovo dalla stampa, del piano di riorganizzazione della rete assistenziale territoriale della Provincia. Si parla di assunzioni, assistenza domiciliare, infermiere di famiglia, unità speciali di continuità assistenziale e centrale operativa provinciale. Temi con protagonisti i lavoratori: siano essi nuovi assunti oppure già in servizio. Tutti temi che riguardano i nuovi rischi, i nuovi carichi e le nuove destinazioni. Tutti temi che una giunta provinciale corretta affronterebbe coi sindacati. Tutti temi che invece, ancora una volta, la giunta Fugatti – che corretta non è e che inanella sconfitte giudiziarie proprio per questo - sceglie di portare avanti in totale autoreferenzialità e senza alcun confronto col sindacato». A parlare sono il segretario generale della Funzione pubblica Cgil Luigi Diaspro e i responsabili del settore sanità Gianna Colle e Marco Cont.

«Le risorse usate – continuano - sono peraltro quelle stanziate sostanzialmente dallo Stato e dunque quantomeno la Provincia dovrebbe provvedere con risorse proprie a dare risposte ad esempio per il premio Covid o per rivedere l’ordinamento professionale e valorizzare competenze e responsabilità».

Il sindacato fa notare le generalizzate difficoltà segnalate dai lavoratori: da mesi al personale sanitario, e in particolar modo a quello del territorio, viene affidata la prevenzione e l’esecuzione dei tamponi; altrettanta pressione hanno gli oss addetti all’assistenza dei reparti delle aree mediche: operatori che sono stati “spremuti” per sopperire alle assenze per malattia Covid; poi per tamponare l’aumentato carico di congedi e, infine per coprire le ferie arretrate sempre causa Covid. Su tutto questo, emergono le assenze post-traumatiche connesse alla Pandemia.

È sempre completamente mancata una previsione del fabbisogno triennale del personale dell’Azienda Sanitaria: cosa deleteria durante la pandemia, quando il personale andava potenziato ben oltre gli standard previsti. Va poi sottolineato che il personale neo-assunto avrà necessità di un periodo di affiancamento prima di essere autonomo. «L’aumento esponenziale delle domande di mobilità – spiegano ancora dalla Fp Cgil – è il chiaro segnale di un malessere organizzativo generale».
Per Cgil è dunque indispensabile una previsione del fabbisogno triennale del personale con assunzioni stabili e strutturali di infermieri e oss, ma anche di amministrativi e tecnici. Le assunzioni vanno aumentate anche in previsione dei prossimi pensionamenti. Bisogna rivedere i criteri di accesso al part-time, da valutare anche sulla base dei carichi di lavoro, serve in particolare potenziare il personale oss nei reparti, anche nel turno notturno, dove il parametro della criticità medica spesso non è aderente alla vera compromissione nell’autonomia del paziente.

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